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Il Cubo

Tra amuleti e voglia di cambiamento

Questo posto in treno non l’avevo mai provato. È un biposto, ma non è stretto come quelli in stile torpedone. È spazioso con finestrino ampio, una first class in mezzo alla plebaglia anche se non è fronte marcia.

Ebbene sì, non sono sul mio solito strapuntino in coda al treno. L’ho abbandonato da tempo ed è colpa mia se non vi ho più aggiornato. Ho fatto notevoli passi in avanti nella gestione delle mie fobie, o per lo meno, mi piace convincermi di essere in controllo. In realtà in questo periodo i treni sono meno affollati e ciò mi facilita e ci sono state almeno un paio di occasioni dove mi sono dato una pacca sulla spalla per esser riuscito a superare situazioni di affollamento che solo qualche mese fa mi avrebbero mandato in tilt. È altresì vero che non sono mancati piccoli segnali di cedimento, scintille che avrebbero potuto scatenare un incendio.

Non ho più fissa dimora. Preferendo sempre le carrozza di coda, mi accomodo principalmente dove trovo posto, magari cercando un fronte marcia centrale, ma senza dannarmi l’animo. Una sera, sprezzando il pericolo, ho affrontato le scale per sedermi nella sezione rialzata. Postazione preferita d’un tempo, non vi ero più tornato dopo la prima forte crisi che scatenò tutto il resto.

Ho sempre con me gli oggetti salvifici, amuleti, peluche senza peli da stringere sotto le coperte. Bottiglietta d’acqua, caramelle, taccuino per scrivere, astuccio con il set Lamy, il Kindle sempre mezzo scarico e il cubo di Rubik.

In età da cubo ero dell’idea che fosse più importante avere abilità al campetto, con una palla tra i piedi o in mano, piuttosto che saper risolvere quel rompicapo.

Ora mi ritrovo con una figlia nerd e secchiona e non posso che soffiare su ogni piccola scintilla di passione che vedo in lei. Cubi di Rubik per tutti! Video su YouTube in sequenza, algoritmi da imparare, app installate per cronometrarsi nella risoluzione e scoprire di essere battuti a mani basse. Lei è già arrivata sotto il minuto, lei è già in serie A, io arranco sopra i due minuti e lotto per la salvezza in serie C. So benissimo quali mosse fare, ma le sue dita sono veloci il doppio delle mie, il suo colpo d’occhio è un dritto di Tyson, il mio ha la scaltrezza di una stretta di mano tra vecchi amici.

Quella stessa sensazione che provo quando scatto sul campo da tennis. Cioè, immagino di scattare. In realtà credo che i muscoli seguano questa procedura di lancio. Arriva l’input esterno: palla corta, cazzo valla a prendere, non deve cadere! La risposta del sig. Muscolo è la seguente e generalmente arriva con ricevuta di ritorno via Poste: Ok vecchio, aspetta che mi contraggo… ecco sono tutto “strucco”, tra un attimo mi smollo e parto, ok?

Doppio rimbalzo, perso il punto. “Sig. Muscolo, la prossima volta ti mando un vocale su WhatsApp”.

Mi ricordo benissimo come si fa, la sensazione di velocità, il rimbalzo del piede, le gambe che girano veloci, ma appunto è un ricordo che non trova più riscontro.

Non è facile ridefinirsi, accettarsi nei nuovi limiti.

Potrei allenarmi di più, ma quelle sensazioni, prestazioni, sono legate ad un preciso momento della nostra vita. Meglio accontentarsi del presente ed esaltarsi per un tocco di palla che manco Re Roger.

Periodo un po’ così, estivo senza regole, accaldato, confuso, di recupero, di perenne ricerca di uno spiraglio di cambiamento. Energie spostate sul cuneo sopra la fessura del possibile “nuovo”, dell’intravista svolta tra le strette pareti di questo canyon per scoprire che il trasferimento energetico è servito solamente per far arrivare un raggio di sole in fondo alla gola. Gola stretta, profonda, angusta, spesso inospitale, nella quale mi radicalizzo, mi isolo pensando alla via di risalita.

So benissimo dove porta il camminamento sul fondo. In ombra non si soffre il caldo, ma allo stesso tempo non si cresce senza i raggi del sole. I risultati usuranti di questo lento e faticoso peregrinare li vedo già.

Continuiamo a camminare, accumulando energie interiori per risalire al sole.

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Una notte d’estate solitaria

Mi alzo dal divano rincoglionito ma fresco. La batteria fotovoltaica mi permette di rinfrescare a costo zero questa moderna tana coibentata come neanche una tana della volpe del deserto.

Lunedì 25

Sono ghiacciato. Sto per perdere completamente l’uso degli arti inferiori e oramai i piedi non sono altro che due monconi inermi attaccati al resto della gamba…

Non sto scalando un ottomila, né tanto meno attraversando in ciabatte il polo, ma più popolarmente seduto sul mio solito sedile ferroviario. Fuori si schiatta dal caldo.

Oggi dovrebbe essere l’ultimo giorno infernale (mi sbagliavo). Domani perturbazioni (mai viste) dovrebbero innescare temporali refrigeranti. La configurazione ad omega non verrà scalfita più di tanto, ma potrebbe aprirsi una via atlantica con un po’ di instabilità e temperature più consone alla latitudine e al periodo. Il gradiente polare si è abbassato, di conseguenza le dinamiche meridiane sono favorite portandoci direttamente dentro il forno sahariano. Il pianeta si sta già sicuramente muovendo per trovare un nuovo punto di equilibrio mentre noi arranchiamo in nome di una ingegneristica resilienza. Abili a modificare i contesti, meno ad adattarci al contesto.

Sabato 23

Mi alzo dal divano rincoglionito ma fresco. La batteria fotovoltaica mi permette di rinfrescare a costo zero questa moderna tana coibentata come neanche una tana della volpe del deserto.

Guardo la temperatura esterna: trentotto punto uno alle diciassette e trenta.

La decisione del giro collinare notturno è già stata deliberata in mattinata e indietro non si torna. Ho ancora quasi tre ore per sperare in un abbassamento della temperatura.

Il mio ciclismo si trascina da ormai un anno in condizioni pietose. Questa sera voglio tornare alle origini delle mie esplorazioni ciclistiche. In notturna, in solitaria.

Maglietta da running, gli unici pantaloncini sopravvissuti ad un tragico scambio di pacchi durante il trasloco, peli sulle gambe, calzini top, quelli sì, lunghi fino a sotto il polpaccio, borsa sul manubrio, faro, macchina fotografica e via.

Esco quando il sole ha accelerato la sua fase calante, ma il termometro segna ancora gli anni di Cristo.

calda estate siccitosa

È sempre curioso constatare come anche per un semplice giro in bici lungo un percorso che so a memoria, sono in grado di accumulare aspettative. Saprò portare a casa delle foto decenti? Saprò ancora pedalare per più di un’ora? Saprò gustarmi questo viaggio notturno? Aggiungiamo le incognite tecniche come la durata del faro posteriore, delle batterie della luce anteriore e quelle fisiche come la tenuta del mio malandato ginocchio. A tutte queste domande potrei trovare razionalmente delle risposte sensate che mi facciano stare nel solco del raziocinio calmando, placando le ansie da prestazione. Oppure potrei semplicemente urlare un sempre efficace mantra: fanculo!

Prima di urlarlo ai quattro venti, prendo una seconda batteria per la luce, non si sa mai.

Salgo in sella, urlo la parola mantrica e parto.

In questo fottuto paese provinciale matto spritz, il passaggio di un ciclista con faro e borse agganciate al telaio in un sabato sera rovente, desta sempre stupore. Come polvere ferrosa attratta dalla calamita, sento gli sguardi spritzanti aggrapparsi alla maglietta. Ripeto il mantra.

Il sole è ancora lì a mezz’aria, infuocato riscalda ancora. L’aria è pesante, rossa all’orizzonte. Cerco la giusta andatura che mi permette di ottimizzare sforzo e sollievo dalla brezza sulla pelle.

Il campanile della piccola frazione è sempre lì con i Colli nello sfondo. Mi fermo, provo a inquadrarlo, ma come sempre non riesco a ritrarlo. Punto attraente del mio sguardo, diventa nota insignificante nella fotografia. Un giorno ci riuscirò.

Tutto si sdoppia, si allunga, perde una precisa definizione. Tempo e distanza cambiano la percezione delle cose. Abituati ad istanti, se solo allungassimo il nostro tempo d’esposizione, potremmo percepire cose nuove.

Attraverso Este, isola di calore. Mi affretto a tornare sull’argine in cerca di condizioni più umane viaggiando al buio, inseguendo con lo sguardo le ombre lunghissime della vegetazione di campagna. Nella bilancia dei sensi, l’udito si appesantisce percependo fruscii selvaggi e svolazzi di uccelli notturni. Devio verso Teolo. La tranquillità dell’anello euganeo è stata spazzata via dalla voglia di spingere e sentire la fatica nelle gambe. Dopo il crack al ginocchio è la prima salita che faccio e chissà! Spingo la bici appesantita dalla doppia borraccia e da quel poco di armamentario tecnologico per farsi vedere al buio. Si lo so che gli incroci della catena non sono il massimo, ma pedalare con la piccola davanti non mi è mai piaciuto, rende la pedalata poco rotonda e mi allontana dalle possenti immagini di Bugno e Indurain in salita. Con le dovute proporzioni il mio 50 anteriore è già tanta cosa e mi autocelebro fiero di essere ancora in grado di spingere con serenità il rapportone su per il Teolo.

Come una villetta, stesse luminarie, stessi colori. Fiore all’occhiello il nuovo capanon deve esser visto. Ecco il Veneto potrebbe essere sinonimo di “tombinare”, fossi, scoli, canalette, tutto bon per esser tombinà!

Mentre pedalo mi torna in mente l’intervista al fotografo Roberto Polillo. La sua intenzione è di portate in foto le sensazioni del viaggio attraverso lo sfuocato. Non tanto quello dovuto al movimento dei soggetti, ma quello di un movimento volontario della camera. Ok, il mio è un brutale tentativo ma si può leggere molto: l’incertezza delle forme, l’impossibilità di osservare i particolari, la bellezza di una sensazione di un momento un pò più lungo di un istante, il lontano un pò più chiaro del vicino, la dilatazione dei colori che si mescolano alle ombre. Tutto ciò mi piace, ci riproverò, in fondo è quello che tento con queste righe. Percezioni in cambio di emozioni.

Teolo non l’ho mai capito. Se non abitassi qui direi che è un luogo magnifico, ma l’abitudine lo fa diventare decadente punto di passaggio tra l’est e l’ovest padovano, punto di mangiate e bevute per i cittadini provinciali. Bevo una coca fresca, mi lancio in discesa.

Pedalo sull’unghia dei colli seguendone la sagoma. Le gambe aimè iniziano a farsi sentire, ma mi rimetto in posizione e spingo cercando di tenere un’andatura degna assaporando quella sensazione di fatica che man mano sale dai quadricipiti. La vegetazione, che di giorno regala sollievo, ora trattiene il calore liberato dall’asfalto alzando sensibilmente la temperatura percepita.

Il retro abbagliante di una cucina vuota di fine servizio

Mi ritorna voglia d’argine. Lascio il limite tra pianura e Colli e mi rifugio lungo la sponda sinistra del Battaglia che mi riporterà dritto a casa.

Ritrovo gli spritzanti sempre giovani affollati sopra i masegni ormai stanchi di sostenerli. Ripeto sorridendo per un’ultima volta il mantra.

Mi serviva questo per sapere che posso ancora esplorare il mio inculto territorio tra mare e collina. Ci saranno altre notturne solitarie, più lunghe, più solitarie.

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I treni che passano

Alla soglia dei nove lustri mi chiedo se abbia ancora senso saltare sui treni in corsa. Dopo la maratona non ne ero convintissimo, mi sentivo in parte fuoriposto, entusiasta inadeguato mi ero quasi convinto a non accettare altre avventure.

Corvara, il Sellaronda, Briancon, il Lautaret, e poi su a destra fino al Galibier, omaggio a Pantani.

Opportunità, treni che passano, la forza di salirci.

In una settimana ho calcato i teatri del grande ciclismo. Passi da leggenda, scenari unici che hanno ospitato le imprese degli eroi ciclistici.

Mi sono ritrovato su un tornante del passo Campolongo con quasi ottomila ciclisti appena partiti per la loro Maratona delle Dolomiti che mi sorridevano in cerca di uno scatto fotografico.

Ottomila persone in bici sono un fiume in piena che lentamente contro la forza di gravità, sale lungo i tornanti. Ciclisti qui davanti a me e ciclisti laggiù in fondo verso Corvara.

Pian piano si diradano, come gocce che scendono da un vecchio rubinetto. Gli ultimi già stanchi e ti chiedi come faranno ad arrivare al traguardo.

Su di corsa, direzione passo Gardena. Arriviamo poco prima del passaggio. Io e gli altri fotografi ci dileguiamo ognuno verso il proprio spot.

Indosso ancora il piumino nonostante ci sia il sole già alto sopra i roccioni dolomitici. L’aria è frizzante e la cottura a fuoco lento nella caldissima piana padana subita durante la settimana, mi fa stare a mio agio dentro il capo invernale.

Sono in cima, sotto l’arco che segna lo scavallamento dalla val Gardena alla Val Badia. Cerco l’inquadratura giusta, la trovo con lo sfondo del Sasso Lungo.

Elicottero, sirene, moto che sfrecciano, i primi sono qui.

Seduto a bordo strada all’interno della semicurva li vedo arrivare all’ultimo momento quando le loro ruote sono già in discesa. Passano veloci senza cenni di fatica. Bene: ne mancano solo circa ottomila…

Man mano passa il tempo, le facce si fanno sempre più contratte e sofferenti. Alcuni se la prendono comoda, rilassati si godono la salita e i panorami. Altri, molti, pensano di essere sulla via del professionismo e seppure si fermino, mettano il piede a terra, non si fanno mancare lo svuotamento cartacce dai taschini al bordo strada.

Torno con i compagni d’avventura a Corvara per spendere il meritato buono pasto in cambio di un piatto di tortellini gracchianti.

Fa un caldo becco e qualche cima più in là, un ghiacciaio morente, decide di abbandonare parte del suo pesante corpo alla forza di gravità. Son sicuro che abbia mandato segnali d’avviso, ma noi non siamo ancora così bravi per decifrarli. Sappiamo molte lingue, ma quella della madre terra facciamo ancora fatica ad impararla. In un attimo il moncone glaciale scende folle verso valle travolgendo vite umane.

Qui ignari si continua, chi ad arrivare, chi come noi a trovare un varco per inforcare i tortellini.

Ho tentato solamente una volta la sorte per poter partecipare alla maratona: ovviamente non fui selezionato. Dopo averla vissuta, in parte, con la fotocamera in mano, sono convintissimo che non ritenterò la sorte. Tutto troppo. Per quanto gli organizzatori ostentino un low profile dal palchetto imperiale impiallacciato con cirmolo d’annata, trasmesso dall’ossequiosa mamma RAI, giù in strada si respira ben altro. Si ostenta…

Passano cinque giorni e mi ritrovo nuovamente in macchina con Marco. La direzione è opposta. Estremo ovest, oltre il confine. L’etape de Tour de France. Una granfondo sulle tracce della tappa del Tour che si correrà dopo pochi giorni. Tappa monster con Galibier, Croix de Fer e arrivo sull’Alpe d’Huez.

Attraversiamo la padania lungo la sua arteria femorale immersi in un paesaggio insulso, intasato di scatoloni di cemento armato abbelliti da inquietanti termometri (non go mai capio el motivo par el quale un paron dovaria mettar un termometro sora el querto del capannon).

La catena alpina si avvicina e si allontana lasciando spazio alla risaie secche, agli affluenti deserti.

Superga: tragedia, culto e imprese ciclistiche.

Poi ci si incula in questa valle che sale verso ovest. Già stuprata da un viadotto infinito che ne oblitera ogni bellezza. Si viaggia sospesi, intrappolati, sopraelevati, con lo sguardo limitato da parapetti intermittenti. Cantieri come caserme blindate. Scritte di protesta, di gente che non vuole cedere il proprio territorio. Eroica, contro paradigmi economici già vecchi, sepolti dall’attualità. Terra olimpica con impresso un tatuaggio: un tempo serpente di ghiaccio, oggi verme di cemento, emblema della stessa lungimiranza che vorrebbe ancora “bucare”.

Monginevro e allez, terra transalpina.

Giù in picchiata a Brincon e il suo splendido centro storico. E’ tutto giallo, festoni del Tour aggrappati ad ogni appiglio.

Finalmente ci hanno assegnato gli spot per domani. Ci è andata di lusso: saremo poco dopo la cima del mitico Galibier.

Saliamo da Briancon ripercorrendo il percorso della tappa: Col du Lautaret, ghiacciaio della Meije, svolta a destra e…scatta Pantani, Hulrich non risponde, non ha nulla da perdere, tenta il tutto per tutto per vincere questo Tour de France! Si lo so, saliva dall’altro versante, ma come si fa a non ripensare a quel 1998 magico.

Manca quasi una settimana al passaggio della carovana gialla, ma qui i camper hanno già occupato ogni piazzola possibile. Immagino che anche in Francia vi siano detrattori del Tour, ma così ad averlo solamente annusato, la differenza con il nostro Giro sta proprio qui: il Giro è qualcosa dei ciclisti, la solita manifestazione sportiva che blocca le strade, mentre il Tour sembra essere qualcosa dei francesi, a prescindere dalla passione per le due ruote a pedali.

Superiamo quota 2600 metri, iniziamo la discesa fino allo spot in uno spettacolare tornate. Parcheggiamo in un fazzoletto lasciato libero dai camper. Scendo a perlustrare e trovo uno splendido prato in una piccola conca erbosa. Monto la tenda al chiarore della luna, ci ficchiamo dentro ai sacchi a pelo. La temperatura scende più del previsto e mi raggomitolo sempre più dentro al bozzolo. Arriva l’alba, le marmotte ci fan da sveglia. Esco, preparo un primo caffè e scopro che ha ghiacciato: fantastico.

Smonto la tenda in velocità e iniziano a passare le prime moto staffette. Mi affretto a scendere il chilometro che mi separa dalla mia postazione. Tornante chiuso, con una parete rocciosa che ne delimita la parte esterna. Cerco una buona inquadratura: il 23mm è troppo largo, il tele taglia molto ma è l’unica soluzione utile allo scopo. Stringere molto sul soggetto non mi viene naturale. Sono della parrocchia che crede nel contesto, ma qui serve altro e non ci resta che adattarci e fare il meglio possibile.

Puntuali i primi passano alle 8:30. Poi per quattro ore, prima come un fiume in piena, poi come un ruscello montano, fluiscono verso valle sedicimila ciclisti.

In certi tratti la lucidità se n’è andata e sono conscio di non aver scattato al meglio, ma anche questo insegna.

Risalgo lentamente zaino in spalla. Ogni tanto mi giro a sorprendermi per questo splendido panorama. Un parapendio si alza in volo, una virgola colorata sopra le pareti rocciose su un foglio celeste brillante.

Ci uniamo alla troupe romana. Preparo un caffè per tutti in cambio di dolcetti. Arriva il team leader, gli consegniamo le schede e ripartiamo verso est.

Alla soglia dei nove lustri mi chiedo se abbia ancora senso saltare sui treni in corsa. Dopo la maratona non ne ero convintissimo, mi sentivo in parte fuori posto, entusiasta inadeguato mi ero quasi convinto a non accettare altre avventure.

Anna c’ha messo del suo, il Galibier pure e sapete che vi dico?

Si ne vale sempre la pena e non mi vergogno a dire che sono ancora qui a inseguire i miei sogni. Chissà cosa succederà, non ne ho idea, ma se passerà un altro treno, sarò li a correre per prenderlo al volo!

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Perchè le ebike non sono il progresso

Lo sviluppo è legato all’aspetto tecnico, allo sviluppo di disponibilità tecnica, alla ricerca scientifica. Anche qui si può azzardare un collegamento tra sviluppo inteso come appena descritto e sviluppo economico. Non sbaglio di molto se faccio andare a braccetto sviluppo tecnico e sviluppo economico.

Progresso e ciclismo elettrico non vanno di pari passo

Pasolini divideva il futuro in due, da un lato lo sviluppo, dall’altro il progresso.

Progresso inteso come evoluzione, miglioramento delle condizioni di vita e osando un allargamento del concetto, al miglioramento delle condizioni di vita generali non solo degli esseri umani, ma di tutti gli esseri viventi. E’ lineare ed evidente che il miglioramento delle condizioni di vita non possa scollegarsi dal miglioramento delle condizioni al contorno dell’ambiente in cui si vive.

Lo sviluppo è legato all’aspetto tecnico, allo sviluppo di disponibilità tecnica, alla ricerca scientifica. Anche qui si può azzardare un collegamento tra sviluppo tecnico e sviluppo economico. Non sbaglio di molto se ipotizzo un intreccio indissolubile tra questi due tipi di sviluppo: l’uno funzionale all’altro.

Non sbaglio ancora di molto se metto in evidenza come i due concetti appena descritti, sviluppo e progresso, viaggino su strade parallele a velocità diverse e talvolta in direzioni contrarie.

Lo sviluppo di mezzi tecnici va nella direzione, spesso, della produzione di felicità effimera. Un appagamento perpetuo dovuto all’accumulo di “cose” Uno sviluppo costante, una crescita costante che necessariamente si scontra con le leggi fisiche che indicano come il nostro pianeta sia un sistema chiuso: FINITO.

Riprendendo Pasolini:

“lo sviluppo vuole la creazione, produzione di beni superflui. Il progresso è legato al necessario”.

Il progresso in senso lato è assunto a mito, raggiungendo un livello di dialettica senza logica, senza possibilità di discussione.

L’unica cosa certa, anche di questo dialogo, è che il mondo è FINITO.

Veniamo alle bici elettriche. Qui non vi sono concetti filosofici da presentare ma un distinguo fondamentale per il prosieguo della discussione. Dal mio punto di vista esistono due macro categorie: quelle utilizzate in ambito urbano per spostamenti di necessità e dall’altra parte quelle utilizzate per lo svago/divertimento.

Viene spesso presentata l’equazione che ci vuol far credere che una bici elettrica in più sul mercato è un’auto in meno che intasa il traffico metropolitano. Se è inequivocabile l’aumento esponenziale della vendita di bici elettriche (anche se è difficile trovare dati certi sulle tipologie di bici elettriche vendute) non è parimenti verificata una diminuzione paritaria del traffico cittadino. Che usi se ne fanno? Chi effettivamente compra una ebike in cambio dell’auto?… Forse ancora troppo presto per tirare queste somme.

In questo periodo è più probabile che l’ideale utilizzatore della ebike per spostarsi da casa a lavoro sia magari colui che utilizzava mezzi pubblici e che per evitare il quotidiano intasamento e ritardi, si sia votato alla bici da ricaricare. Certo è sempre possibile che l’autista incallito si converga sulla via per Damasco…ma…

Ma anche fosse vero tutto ciò, ben venga e ne sono assolutamente a favore. Meglio una bici elettrica in più che un’auto che sbuffa: assolutamente si.

E quanta strada farà mai il ciclista elettrico? Tre, forse cinque chilometri? Considerando che non potrà fare più di 25km/h, potrebbe tenere una media di 20km/h che sui cinque chilometri vuol dire 15 minuti di viaggio. Effettivamente impraticabili con una bici normale. Ma metti il caso che si avventuri con una bici normale e che riesca a tenere una media dei 17, pazzamente dei 18 chilometri all’ora, arriverebbe si e no 3 minuti dopo ma con l’orgoglio di aver bruciato esclusivamente le calorie della sua ciccia e non del litio.

E che dire delle bici che non servono per un servizio vero e proprio?

Qui conviene ricordarci che le bici elettriche non sono prodotti green, non sono ecologicamente convenienti, non sono biodegradabili. L’alone di assoluto rispetto per l’ambiente che aleggia su di un mezzo elettrico qualsiasi è del tutto fuorviante. Il problema principale sono le batterie e i componenti che le rendono sempre più performanti. Metalli preziosi estratti nei paesi più lontani. Metalli che non sono infiniti!

Riporto pari pari da (https://www.rinnovabili.it/energia/sistemi-di-accumulo/batterie-per-auto-elettriche-materie-prime/“Quasi il 50% delle fonti mondiali di cobalto, ad esempio, si trova nella Repubblica Democratica del Congo, il 58% del litio impiegato dal mercato mondiale proviene dal Cile. O ancora, l’80% delle riserve di grafite naturale si trovano in Cina, Brasile e Turchia, mentre il 75% delle riserve di manganese appartengono ad Australia, Brasile, Sudafrica e Ucraina”.

fonte https://altreconomia.it/il-paradosso-delle-batterie-come-evitare-che-lauto-elettrica-crei-nuove-ingiustizie/

Oltre all’approvvigionamento, vi è il correlato problema dell’estrazione e lavorazione che spesso, oserei dire sempre, non rispetta né ambiente, né lavoratori.

Aggiungiamo il problema che solo ora si sta iniziando a trattare e cioè quello dello smaltimento delle stesse batterie, che come sappiamo bene dai nostri amati smartphone, non sono eterne.

Tornando alla discussione.

Utilizzare una mtb elettrica per incentivare il turismo montano, per agevolare l’anziano cicloturista è progresso? Utilizzare una super ammortizzata mtb con il motorone elettrico per far meno fatica in salita e godersi la discesa è un’ottima soluzione? Momentaneamente ineccepibile, ma il nostro vivere istantaneo non può costantemente fregarsene del dopo.

Quanti di tutti quelli che rispondono si alle precedenti domande potrebbero fare ugualmente un’esperienza di cicloturismo, di enduro, gravity, con una bici tradizionale? Non voglio nemmeno tirare in ballo le nuove ebike gravel o stradali…

Pasolinamente parlando, tutto ciò mi sembra più il frutto di quello sviluppo che ci ossessione con nuova tecnologia inutile. Nuove tecnologie che vengono pompate (e forse ai tempi di Pasolini questo non era ancora così evidente) dalla sfera economico/finanziaria che intravedendo nuove sfere di sviluppo, appunto economico, sfrutta ogni nuovo componente, inserendolo in un contesto creato ad hoc. Social e comunicazione martellante perenne preparano il campo per far spazio nel nostro cervello per un nuovo “essenziale” oggetto salvifico.

Meglio un’auto elettrica in più e un’auto a combustione in meno? Forse si, ma questa è la risposta che ci da chi produce automobili, parimenti è la risposta dei produttori di bici. La risposta dovrebbe spettare alla politica e dovrebbe portarci lungo la via della diminuzione degli spostamenti (vedi smartworking etcc) ottimizzazione dei trasporti pubblici e per ultimo, certo, meglio elettrificare il parco auto… Ma si sa che oramai politica e lobby sono tutt’uno.

La bici elettrica è ovvio che è tutto ciò che ci serve. Ci fa fare meno fatica, ci fa raggiungere luoghi più lontani e ci fa sentire rispettosi dell’ambiente. Ma scusate, in tutto questo vedo un’enorme sconfitta del genere umano. E’ la risposta perfetta per la generazione del tutto e subito, della costante e veloce approvazione, che non conosce limiti e non vuole ammettere i propri confini.

Far convivere lo sviluppo con il progresso è una discussione talmente alta che rischio di banalizzarla attraverso queste poche righe, ma una diversa visione è possibile. Basterebbe, forse, per cominciare, rileggere, riascoltare un pensiero non tecnocratico per ritrovare una strada etica che possa guidare uno sviluppo tecnologico verso un vero progresso.

In fondo, quanto ci basterebbe per “far meno” fatica utilizzando la bici tradizionale? Quanto ci vorrebbe per allungare le nostre uscite? Con la consapevolezza che il nostro semplice telaio vivrebbe attraverso la sola energia prodotta dai nostri quadricipiti. La sfida di riportarci all’interno di un’ampia consapevolezza personale è difficilissima. Cultura dello sport, rispetto personale e della comunità, rispetto del futuro, anche questo deve essere parte di un ciclismo consapevole. Accettazione dei propri limiti, di quelli del sistema in cui viviamo, voglia di porsi e raggiungere obiettivi sinceri, questo si, potrebbe portare ad un progresso.

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Ripartire

Minimizzo e continuo a camminare zoppicante per non preoccupare troppo le bimbe. Mancano due chilometri e mezzo, soffro.

Io sogno spesso. Sogno molto più da sveglio. I sogni notturni sono pochi o non me li ricordo. Qualche incubo si, ma cerco di scordarlo in fretta. Sogno per gran parte della giornata: nelle pause, mentre cammino, mentre corro, pedalo, tra due pagine del libro che leggo, insomma spesso. Sogno cose da sogno, assurde, o sogni più piccoli, raggiungibili. Qualche anno fa sognavo di intraprendere un viaggio in bici con la famiglia, ma allora era giusto che restasse tale. I sogni, quelli belli, non li cancello dalla memoria; li lascio lì in un cassetto, come quell’icona sul desktop, perenne a qualunque pulizia del disco.

Prenoto? …OK!

“Ho prenotato, quindi il 4 notte dormiremo all’ostello di Montagnana.”

Le bimbe annuiscono con un timido sorriso: incredibile! Gasatissimo

Sarà un mini viaggio di due giorni con partenza da casa e arrivo dopo 30km nella città murata. Il giorno dopo proseguiremo fino a Legnago per poi rientrare in treno fino a Monselice. Un test di tenuta delle bimbe e di fattibilità per la family.

Pomeriggio afoso che ha imballato la mia mente. Sento il bisogno di muovermi, devo muovermi, ogni giorno è perso. Sto ritornando ad allungare le distanze delle mie uscite di corsa a piedi e ho in mente di pormi un obiettivo autunnale: magari un trail…chissà! Infilo le scarpe e aspetto le due bimbe più grandi che mi seguiranno in bici approfittando per un mini allenamento in vista del viaggio tra le città murate.

“Bimbe, lo sapete che ieri questo fosso era pieno di pescioloni!”

Mi fermo in cerca dei pescegatti ma non ne avvisto manco uno.

“Dai torniamo a casa”

Mi giro per rimettermi in carreggiata e il ginocchio sinistro fa: SBANG.

Dolore, male cane. Brutta sensazione. Come se un tirante elastico fosse improvvisamente uscito dalla sua sede… SBANG.

Minimizzo e continuo a camminare zoppicante per non preoccupare troppo le bimbe. Mancano due chilometri e mezzo, soffro.

Eccomi qua ancora una volta con il sedere per terra. Ancora una volta devo posticipare, posporre la realizzazione dei piccoli sogni. Devo ritrovare la voglia di idealizzarli. Non parlo di resilienza, è un termine insopportabile. Per conto mio inappropriato al genere umano che ha una qualità ben più superiore: la forza di volontà. La resilienza è dei materiali, di chi non possiede animo e volontà, di certo non è mia. Mi adatto, se credo che sia necessario, al contrario mi oppongo.

L’aspetto positivo è che mi posso guardare le tappe del Giro senza interruzioni. Capita la prima tappa vera di montagna con arrivo all’Aprica. Quelle lunghe oltre i 200 e non quelle sprint che negli ultimi anni si vedono tanto alla Grand Boucle in giallo. C’è un corridore che ha appena annunciato l’addio, ma che in cuor suo sa che potrebbe fare il colpaccio. Rimane lì con i migliori fino all’ultimo, fino a quando l’ultimo gregario dello spagnolo eterna promessa non si scosta e il ritmo si alza proporzionalmente alle pendenze. Arranca, cede ma non troppo spinto dal tifo tutto per lui. Non è più leggero in salita, soffre in sella mentre il portoghese che non molla mai si allontana. Voi l’avete mai provata la leggerezza sui pedali mentre faticate in salita? Io mai, anche perchè, rimanendo nel mondo onirico, so di essere più cacciatore di classiche che di lunghe salite. Ali di folla lo portano fino all’arrivo. Chiude non distante dai primi, recupera posizioni in classifica, ma il distacco dal podio aumenta. Nella sua terra, all’opposto dello stivale, aveva annunciato l’addio alle corse sereno, con l’animo in pace conscio di aver dato molto allo sport che l’ha reso famoso. Oggi è scuro in volto, consapevole che su quel podio in Arena non ci potrà salire. Oggi è il vero addio.

Infermo sul divano salto a Parigi. Secondo grande slam della stagione sulla terra rossa del Roland Garros. Campo centrale. Casper Ruud, norvegese, numero 8 del mondo contro la vecchia gloria francese J.W. Tsonga, ex numero 5 del mondo e che oggi potrebbe essere all’epilogo della sua carriera in caso di sconfitta.

Tie Break del quarto set. Tsonga si infortuna. 6-0 per Ruud e servizio francese.

Il pubblico in piedi lo acclama. Il polsino raccoglie sudore e lacrime e nasconde il pianto. Riesce a servire ma dopo due colpi arriva il dritto vincente del norvegese.

La carriera si conclude con l’uscita al primo turno dello slam di casa, ma con una festa commovente sul centrale del Roland Garros. I francesi e la loro grandeur sono imbattibili in queste occasioni. Mi commuovo, mentre Ariannina insiste per vedere una puntata di Miraculus, che guarda caso è ambientato a Parigi, solo qualche arrondissement più in là. E da quelle parti è nato pure Tesson che per raddrizzare la sua vita schiantata al suolo ha deciso di camminare da sud a nord lungo sentieri neri in cerca di un’altra Francia.

C’è chi sogna un viaggio in bici e magari un trail d’autunno, chi si scontra con il cronometro per arrendersi alla fine di una gloriosa carriera, chi come in una tragedia greca soffre prima dell’addio felice.

Tutti dovremo ripartire per inseguire nuovi sogni

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L’esplorazione esiste ancora?

Fissate un punto d’arrivo, magari prima informandovi, cercando un motivo per il quale volete raggiungerlo, studiatevi la mappa, leggete su quel territorio e partite vergini. Si attiveranno la vista, l’olfatto, il culo si farà ricettivo, le mani pronte ad accogliere gli improvvisi stradali. Navigherete ricordandovi ogni passaggio, allontanandovi da quel decametro che la navigazione informatica vi impone in un territorio falsamente conosciuto.

Due cose caratterizzano il questo momento il mondo gravel: un’applicazione cool e l’essere costantemente sold-out.

In questi tempi provare a fare critica non è semplice. Si corre il rischio di essere immediatamente etichettati come complottisti, anacronistici, conservatori che non apprezzano la modernità e il globalismo. Ci provo ugualmente con l’intento di smuovere qualche riflessione che in apparenza potrà sembrare inutile, comunque il “mondo” andrà avanti per la sua strada, ma già il solo fatto di iniziare a far ragionare il cervello e prendere una posizione, mi pare un gran successo.

Il primo riferimento è l’applicazione, portale, tour planner, Komoot. Attualmente sembra che l’esplorazione terrestre non possa prescindere dalle rotte suggerite dagli algoritmi della bella intuizione germanica. Fondata nel 2010 da Markus Hallermann a Postdam, attualmente ha 119 impiegati e sembra ancora in forte crescita dopo i primi sei round di finanziamento. L’intuizione e la bravura del fondatore è stata quella di associare alle classiche funzioni da planner routing, tutti gli aspetti propri di un social network. Oltre a questo l’obiettivo principale è quello, come in ogni buona azione di marketing attuale, di creare una comunità esperenziale. Dal punto di vista tecnico hanno apportato piccole migliorie che aiutano ad avere un tracciamento facile, intuitivo, aggiungendo varie discipline al tipo di rotta che Komoot ti suggerirà. Da “esperto” preferisco altro, ma per un neofita con la gravel nuova in garage è tutta manna dal cielo. Ti senti immediatamente parte del nuovo modo di pedalare, ebro di gioia nell’ipotizzare il tuo prossimo viaggio, scoprendo che li in quel tratto sono già passate molte altre ruote.

Tutto bello, ma questa, scusatemi, cosa c’azzecca con la tanto libertà decantata dal gravel pensiero? Staccate quel gps dalla bici, viaggiate allenando i sensi, attivandoli per un paio d’ore, assopiti come sono per l’intera giornata davanti a strumenti che accettano senza opporsi tutte le attività che involontariamente demandiamo loro. Quale scoperta del territorio se il mio unico pensiero è quello di “rimanere in traccia?!” I ricordi stanno tutti in quella foto postata, nulla di più! Fissate un punto d’arrivo, magari prima informandovi, cercando un motivo per il quale volete raggiungerlo, studiatevi la mappa, leggete su quel territorio e partite vergini. Si attiveranno la vista, l’olfatto, il culo si farà ricettivo, le mani pronte ad accogliere gli improvvisi stradali. Navigherete ricordandovi ogni passaggio, allontanandovi da quel decametro che la navigazione informatica vi impone in un territorio falsamente conosciuto. Non abbandonatevi all’attraversamento sterile che vi propongono altri mille passaggi, quello, fidatevi, non è scoperta, non è libertà, è solo un seguire un gregge virtuale che altro non fa che arricchire ingegnosi informatici!

La seconda parte verrà pubblicata il 29/04

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Il mio primo ACE

La pallina tocca in pieno la riga producendo quel rumore plasticoso di fettuccia pestata che si trasforma in un suono magico, trionfante, vittorioso. Schizza via verso il fondo del pallone e dalla mia gola esce un altro suono, un pò animalesco. Quasi me ne vergogno.

Recupero due palline, una in tasca. Avvicino il piede sinistro alla linea di fondo campo e con lo sguardo traguardo la sua distanza dalla T che indica la mezzeria. Servo da sinistra, sono 15/0.

Continuo a pensare agli angoli. Devo mirare a quelli. Posso scegliere se quello centrale o quello esterno. Quest’ultimo è più difficile da imbroccare, almeno per me. Punto tutto su quello interno tra la linea di metà campo e la fine dell’area di servizio. Gli do una sbirciatina cercando di non farmi vedere, sia mai che all’ultimo decida di schivare la mia palla.

Unisco la mano sinistra con la palla e il telaio della racchetta.

Palla alta, apri, carica il movimento e colpisci. Mi ripeto questo mantra a velocità supersonica finché la pallina non lascia la mano. Il cervello si spegne, etra in modalità automatica e i movimenti si innescano istintivamente. Mi rimane fisso in mente quell’angolo che devo centrare. Una costante durante quei velocissimi attimi tra il lancio e l’impatto delle corde con la pallina. Apro, carico e colpisco.

La palle esce bene, la racchetta fa un bel suono. ACE centrale!

La pallina tocca in pieno la riga producendo quel rumore plasticoso di fettuccia pestata che si trasforma in un suono magico, trionfante, vittorioso. Schizza via verso il fondo del pallone e dalla mia gola esce un altro suono, un pò animalesco. Quasi me ne vergogno.

Fortuna? Fortuna del principiante?

Non la metterei in questi termini. Se è ver che non sono riuscito a ripeterlo, è anche vero che me l’ero posto come obiettivo. Mi ero imposto di non servire solo cercando di colpire la palla e mandarla nel campo avversario, m di cercare di imprimere una direzione, di dare un senso al gesto. E allora forse si, un pò di fortuna non guasta, ma quell’ace l’ho voluto e cercato.

Non so fra quanto riuscirò a farne un altro, ma di sicuro ogni martedì sera dalle 21 alle 22, sarò li che ci riproverò.

Giusto un servizio, per iniziare un nuovo capitolo di questo strano blog!

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Soffocante

Passo la giornata incastrato, per metà del mio corpo, sotto una scrivania, con il lusso sfrenato di poter volgere lo sguardo a destra o a sinistra, su un monitor, sull’altro monitor.

Stasera fa caldo, manca l’aria, il treno è affollato, il mio spazio vitale è occupato da altri esseri viventi che stranamente subiscono questo trasporto in silenzio, rassegnati ad un nuovo inizio settimanale. Chi torna dopo aver già venduto il proprio tempo, chi parte per andarlo a vendere al miglior offerente a chilometri di distanza da casa. La distanza giustificherà.

Chi guarda lo smartphone, tanti, sempre troppi con il cervello spento e lo sguardo lobotomizzato, chi guarda fuori dal finestrino, chi dorme, chi scrive (nessuno a dire il vero), chi legge, pochi.

Avevo in programma una sessione di allenamento allo stare in piedi per niente, ma la situazione ha preso il sopravento e mi sono dovuto sedere, tirare fuori il mio quaderno e vomitare queste righe insensate.

Sto in piedi anche se ci sono posti liberi, a prescindere.

Passo la giornata incastrato, per metà del mio corpo, sotto una scrivania, con il lusso sfrenato di poter volgere lo sguardo a destra o a sinistra, su un monitor, sull’altro monitor.

In realtà la posizione eretta non l’ho mai digerita ma mi sono dato un obiettivo per non rassegnarmi a passare altre due ore della mia quotidiana vita con il culo piatto sul sedile. In realtà stare in piedi, cambiare posizione di tanto in tanto, bilanciare le accelerate e frenate del convoglio, fa passare molto più velocemente l’andare e il tornare. Nel mio piccolo mi sento più libero e non nascondo il divertimento nel vedere gli altrui sguardi che si interrogano sul mio stato verticale. Avrà le emorroidi?…

L’arte di leggere stando in piedi in treno è qualcosa che si può fare solo dopo anni di allenamento, solo pendolari esperti se lo possono permettere e io lo sono, forse.

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180! 180! 180!

Anche oggi la teoria del buco spazio temporale del pendolare, conosciuta all’interno della comunità scientifica come effetto BSTP, si è rivelata quanto mai veritiera.

Anche oggi la teoria del buco spazio temporale del pendolare, conosciuta all’interno della comunità scientifica come effetto BSTP, si è rivelata quanto mai veritiera.

Sono in tempo.

Prendo le chiavi, esco, salgo in macchina, accendo il “pandiolo”, lancio lo sguardo al cruscotto e

l’ora è tremendamente tarda!

Svolto a sinistra, prima rotonda…FLASH! Il portafogli!!!

Rapido chek nella controll room che a quest’ora del giorno ha la velocità del Commodore 64 quando lanciava Bubble Bubble dalla cassetta.

So di averlo vuoto ma una giornata senza non posso permettermela. Si lo so sono antico, non ho altri modi per pagare, non ho lo smartwatch e il telefono lo uso solo per ascoltare i podcast.

Inversione a U da ritiro patente. Il potente motore del mio “Pandio” sale di giri e in un attimo torno a casa, prendo il pezzo mancante e riparto per il giro lanciato. Dai box mi comunicano che ho pista libera e non mi resta che concentrarmi sul “fare il pelo” ai cordoli. I led del limitatore by FIAT si accendono come festoni luminosi natalizi e i freni stridono nelle staccate tirare alla morte. Arriva il tratto tecnico con un passaggio sul ponte pericolante con dei simpatici segnali verticali che limitano la larghezza della carreggiata. Curvone sulla destra, inquadro il passaggio e sfreccio passando il punto critico stabilendo il mio nuovo record di velocità. Staccata del ponte, rettilineo, staccata della cementeria, rettilineo, curva secca a destra, entrata da fuorilegge in parcheggio e fermo la macchina tra altre due vetture come manco Leclerc ieri mattina al pit stop.

Prendo zaino, chiavi e inizio a correre lungo questi duecento interminabili metri. Ancora una volta non mi capacito di come la corsa al treno non sia diventato sport a tutti gli effetti. Fiatone, affanno. Non dico di vederlo alle Olimpiadi, ma cacchio, almeno un campionato nazionale, quello si.

Scendo le scale con un ritmo che Jacobs si sognerebbe e salgo dall’altra parte che potrei essere la controfigura di Honnold su per il Nose.

Il beep di chiusura delle porte mi coglie in volo dopo l’ultimo slancio prima di atterrare sul binario. La visione periferica mi dice di avere una porta pronta sulla sinistra e con un cambio di direzione che i crociati ancora mi ringraziano, entro nell’amato vagone. Si lo so state calmi, sono senza mascherina, ho il fiatone, datemi due secondi che mi maschero a dovere.

Mi siedo dove capita, riprendo il mio respiro, tiro fuori la penna e scrivo.

In realtà non era questo che volevo raccontarvi ma della finale del campionato del mondo di freccette vinta dal nord irlandese Duff sul francese Tricole per 6 a 5. Spettacolo! Dai abbiate pazienza, ve ne parlerò in un altro momento.

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L’inquadratura

Di giorno in giorno traguardo verso il domani ma quel punto è sempre presente. E’ un ricordo sofferente di mancanza di incompletezza. 

Stasera è serata da strapuntino e matita in mano.

Mi sono appena messo la sveglia per ricordarmi di ricaricare le stilografiche. Due Lamy Safari, una grigia regalatami da mia sorella e una nera, total black comprata da me in un pomeriggio di acquisti compulsivi in cartoleria. Da tempo non uso più le cartucce usa e getta. Mi sono perfezionato con le cartucce a stantuffo, la boccetta di inchiostro e le dita al nero di seppia.

Serata malinconica, triste con quel cazzo di panico che tenta di salire spingendo sul diaframma e sta maledetta mascherina che mi appanna. 

Stringo la matita, la giro tra le dita. Testa bassa con i pensieri che corrono veloci nella mia mente. Cerco di calmare il respiro e di afferrare un pensiero per trasformarlo in parole. So cosa voglio scrivere ma sono in allerta e sfrutto quel poco di pranayama che conosco per imbrogliare la voglia di scappare. 

La morsa si allenta.

Sono ormai quattro mesi che non c’è più. Ormai cinque dall’ultima volta che l’ho visto. 

La mancanza terribilmente cresce e lo scorrere del tempo non serve per allontanare la sofferenza.

Mi accorgo di stringere questo foglio con energia, sfocando le parole che rimangono sotto le dita.

Ghirri, nelle sue lezioni sulla fotografia, parla del decidere cosa togliere  dall’inquadratura, del concetto di soglia che divide il visibile dall’invisibile. Provo ad inquadrare la vita davanti a me, ma lui non c’è e non l’ho deciso io di toglierlo. C’è sempre un posto vuoto in quell’inquadratura, un vuoto pesante, un “punctum” di Barthes: “la fatalità che punge l’osservatore fino a ferirlo”.

Di giorno in giorno traguardo verso il domani ma quel punto è sempre presente. E’ un ricordo sofferente di mancanza di incompletezza. 

Ormai sono uomo da un pezzo, ma ora non mi sento finito  e quell’assenza nel distacco è come un pezzo mancante in un puzzle.

Non si può sostituire, rimarrà il tutto tranne.

Siamo già a Terme, non piove, non ancora.

Sono riuscito a sconfiggerlo anche a Padova ma c’è mancato poco che scrivessi queste righe dal binario patavino.

I miei Colli, i suoi amati Colli.

Monselice.

Un altro ritorno si è concluso.

Non mi resta che ripartire.

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Sono circondato!

Sale il popolo, non alzo lo sguardo.
Coraggiosamente mi sono seduto in mezzo allo scompartimento abbandonando per una sera l’amato strapuntino e l’allenamento dello stare in piedi

Sono circondato!
Stavo prendendo appunti.
Faccio finta di interessarmi di fotografia.
Libro su una coscia, moleskine sull’altra, matita in mano.
Fermata di Mestre sulla via del ritorno.
Sale il popolo, non alzo lo sguardo.
Coraggiosamente mi sono seduto in mezzo allo scompartimento abbandonando per una sera l’amato strapuntino e l’allenamento dello stare in piedi (avrò tempo per parlarvene).
Alzo per un attimo gli occhi curioso di scoprire i miei vicini di viaggio.
Smartphone, smartphone, smartphone.
Giro la testa guardando dietro le spalle.
Smartphone, smartphone, smartphone.
Tutta griffata, ha appena mandato un messaggio vocale all’amica.
Accento strano che fatico a riconoscere. Sembra una di quelle cittadine metropolitane, tipo milanese.
Risponde al telefono, sempre lei, griffata: “ou papà, assame star che so nervosa…ghe gavaria spacà la testa”.
Non è milanese.
Occhialini da lettura sulla punta della FFP2, smartphone landscape, pollici che frullano sul display cercando pallini di colore uguale. Ditemi che non mi ridurrò così prossimo alla pensione, logorato dall’andare e venire.
Tutta radical, forse non chic scrive mail di lavoro perché temporeggia sulle lettere e rilegge lo scritto. Ora accelera, sarà passata al gruppo dello spritz serale.
Lui ha quel movimento compulsivo dello scrolla e blocca, scrolla e blocca. Tutto fatto con il solo pollice, cose da professionista dei social. Beato lui, io non ci sono mai riuscito.
Legge news, tipo le news sintetizzate in slogan, tre righe per spiegarti i fatti del giorno.
E’ evidente, ha appena letto l’ennesima sua verità.
Padova.
L’allenatore ordina il cambio.
Doppia sostituzione, stessi ruoli.
In due minuti di conversazione con l’amica ho scoperto che studia a Bologna, che ha un’amica di Spinea fresca di laurea ed è per questo motivo che è qui in questo treno che non avrebbe dovuto prendere. Ha un’altra amica, di Ravenna, che l’aspetta per una cena alla quale non riuscirà a partecipare a causa di suo nonno, che ha rischiato la testa fracassata e che le ha fatto perdere il treno perchè all’ultimo si è messo a pulire quella cazzo di grata.
La griffata con mezzo nonno sulla coscienza, molla lo smartphone e tira fuori un libro.
Yoga di Emmanuel Carrère.
Ok stasera vince lei.

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Ciclismo tra capannoni V.2

Zona industriale di Monselice, stradoni e capannoni. Cerco i segni inconfondibili di una competizione ciclistica: frecce sui lampioni e bandierine in mano ai volontari

Ho da poco pubblicato un post dello scorso anno relativo ad una corsa ciclistica amatoriale svoltasi nella periferia industriale dell’hinterland padovano raccontando, per quel che mi riesce, l’enorme passione che ci vuole spendendo i fine settimana a pedalare tra un capannone e l’altro.

Sabato scorso sono tornato sul set.

Sempre zona industriale, sempre una corsa ciclistica amatoriale.

Zona industriale di Monselice, stradoni e capannoni. Cerco i segni inconfondibili di una competizione ciclistica: frecce sui lampioni e bandierine in mano ai volontari.

Seguo la direzione di gara in cerca dell’arrivo. In zona c’è un bar e immagino che sia stato utilizzato come base d’appoggio per le operazioni pre-post gara. No, mi sbaglio.

Inseguendo le frecce e traguardando il prossimo volontario lungo il percorso, arrivo sotto l’arco gonfiabile giusto in tempo per parcheggiare e vedere la partenza delle categorie amiche.

Il già esiguo gruppo di partecipanti viene ulteriormente diviso in base all’età dei partecipanti, così come vuole il ferreo regolamento.

Giornata ventosa, soleggiata ma fresca, secca.

Il vento è il vero protagonista e fa subito la differenza su questi viali dalla doppia percorrenza. All’andata con il vento in poppa si vola, al ritorno si sgranano i santi.

I due gruppetti si sparpagliano lungo il circuito che non offre attimi di respiro essendo un lunghissimo rettifilo da pedalare senza sosta. Anche le curve sono talmente ampie che anche lì non si smette di produrre watt.

Trovo alcuni spot per esercitarmi con la fotografia.

Scade il tempo, lascio la corsa a metà e torno alle manutenzioni casalinghe.

A parte il gusto nel rivedere amici in gara e avere un’ora di tempo per portare a casa qualche buona foto, ho ritrovato la discrasia tra passione e desolazione che accompagnano questi eventi sportivi.

Desolazione è il termine che meglio spiega l’atmosfera. Capannoni aridi, lunghi e interminabili rettilinei di ampi viali camionabili, tifo pari a zero, zona partenza/arrivo praticamente inesistente.

Contemporaneamente dall’altro lato dello stivale si stava disputando la più antica classica italiana, ma anche lì, come riportato in questi giorni su cicloweb da Marco Grassi, l’attenzione non è stata all’altezza dell’evento. (http://www.cicloweb.it/2022/03/21/noi-del-ciclismo-siamo-delle-pippe-o-forse/)

La tradizione delle corse periferiche industriali si sta tristemente allargando. L’immagine già torbida di questo ciclismo fatica a schiarirsi e il mettere al confino questi eventi non fa certo bene ai movimenti amatoriali e tanto meno alle amministrazioni comunali che sempre più ostacolano l’organizzazione di questi sprazzi di sport. 

Ribatto un chiodo che ho già più volte toccato e cioè quello della assoluta mancanza di cultura sportiva e mi chiedo perché un evento sportivo debba essere spesso visto come un intralcio e non un’opportunità? 

Certo le colpe non sono solo e tutte lato pubblica amministrazione. Anche e soprattutto gli enti sportivi devono battersi pesantemente la mano sul petto. 

Enti vecchi, basati e fondati sul volontarismo che scarseggia sempre più, incapaci di offrire garanzie di “spettacolo” e un minimo di attrattiva. Le difficoltà nel mettere in piedi una piccola gara ciclistica sono enormi, lo sappiamo, e va dato merito a chi ancora ci prova, ma questo non giustifica la triste situazione attuale.

Perché allora non pensare ad una razionalizzazione dei calendari, riducendo drasticamente il numero di gare, puntando ad eventi con maggiori iscritti, consociando le ASD nell’organizzazione, invogliando le amministrazioni comunali a dar il giusto spazio, ad  ospitare nei bellissimi centri storici sfide sui pedali?

Perchè non provare ad ipotizzare giornate ciclistiche dove sugli stessi chilometri si confrontino le categorie più giovani e poi i papà e le mamme? Lo so sono minestre diverse, ma dove sta scritto che non si può? Si porterebbe turismo a chilometro zero anche nei piccoli paesi.

Il numero dei partecipanti alle gare amatoriali è un numero finito. Non si parla del possibile bacino di utenza di una granfondo. Lì anche il quarantenne invaghito della bici può provarci. Qui no. Qui si mena forte, bisogna conoscere le regole del gruppo e saperci pedalare dentro. Frammentarli in mille corsette indebolisce tutti. Certo, ogni ente coltiva il suo orticello per far crescere tessere, ma a che pro?

Cercare una nuova zona industriale per piantare il tendone?

Sono convinto che possano e debbano essere un’opportunità, per gli enti, per crescere e ringiovanire, e soprattutto per le amministrazioni comunali che dovrebbero dare massimo appoggio. 

Ricordiamoci che siamo il paese dove è ancora impossibile far diventare legge il rispetto dei ciclisti sulle strade. Sono convinto che anche piccoli passi potrebbero far girare la ruota dal verso giusto.

Magari una fiera dei sapori in meno e un evento sportivo in più!…chissà…

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Ciclismo tra capannoni

Duemilaottocento metri tra i capannoni della zona industriale. E qui sta il punto. Lasciate perdere dicerie e comportamenti da condannare di certi falsi ciclisti amatoriali, ma venite per un attimo a vedere dove e come corrono. Certo han bici che costano come la mia macchina, non tutti, e sono allenati come se dovessero partire il giorno dopo per il Giro d’Italia; ma quanta passione hanno per venire a sputare i polmoni in un posto veneto di merda come questo?

Una delle buone pratiche che suggeriscono ad un provetto fotografo è quella di tornare a guardare le vecchie foto. Dicono che dopo un po’ di tempo si riescono a guardare le vecchie foto, con occhi diversi riuscendo così a distinguere le buone dalle cattive foto.

Ho ritrovato questa foto e coincidenza, all’epoca scrissi un breve testo che riporto con qualche piccola correzione.

Dove si va oggi? Giro Colli? Berici? NO!
Direzione Ponte San Nicolò nella prima perifieria di Padova, zona industriale Roncajette.
Ho sempre sognato di andarci in bici…
Il motivo è che oggi, Michele, è alla sua seconda corsa tra gli amatori e la squadra ha deciso di andare a tifare prendendo l’occasione per fare un pò di chilometri. Partiamo che il cielo spruzza gocce tipo quelle dei vaporizzatori all’entrata delle attrazioni nei parchi divertimento. Percorriamo tratti della bassa che erano anni che non pedalavo. Argini, minuscole località tra una tangenziale e l’altra. Siamo a poco più di trenta chilometri da casa ma una deviazione per lavori ci fa prendere in mano il navigatore per trovare una soluzione in queste terre senza riferimenti.

Arriviamo nel circuito. E che popò di circuito!

Duemilaottocento metri tra i capannoni della zona industriale. E qui sta il punto. Lasciate perdere dicerie e comportamenti da condannare di certi falsi ciclisti amatoriali, ma venite per un attimo a vedere dove e come corrono. Certo han bici che costano come la mia macchina, non tutti, e sono allenati come se dovessero partire il giorno dopo per il Giro d’Italia; ma quanta passione hanno per venire a sputare i polmoni in un posto veneto di merda come questo?

E non parlo dei vittoriosi che esultano, si celebrano si auto incensano campioni. Sappiamo benissimo tutti come lo sport amatoriale sia tra le cose meno democratiche ed eque. I professionisti si sfidano ad armi pari: qui tutto tranne. Ma pagando l’obolo per presentarsi al via, ognuno accetta le regole non scritte sapendo già in partenza che al massimo soffrirà nella pancia del piccolo gruppo o che dovrà resistere finché l’elastico fuori dalle curve non si spezzerà, lasciandolo all’aria, impotente difronte all’idea di un rientro.

Curva secca a destra, un altra curva secca a destra, rettilineo, buche, buche, rettilineo, curva secca a destra, rotonda e arrivo!

Pressappoco così per passa venti giri. Certo non è il medico che li ha invitati a sottoporsi a tale trattamento, ma d’altra parte, lo stesso dottore, non ci ordina neanche di prendere la gravel per fare 200km sotto l’acqua, o seguire una tabella di allenamenti per concludere una maratona.

Passione, amore per lo sport, per questo ciclismo che qualcuno cerca ancora di dividere in ciclisti “IN” e ciclisti “OUT”. Sempre su una bici poggiamo il nostro culo e sempre su dei pedali scarichiamo le nostre preoccupazioni, le nostre gioie.

Che sia uno striscione penzolante agganciato al rimorchio di un trattore, che sia il portone di casa…sempre le mani al cielo alziamo!

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Ritorno dal treno

In tutta fretta prendo le mie cose, attraverso i corpi che mi separano dall’uscita e mi ritrovo solo al binario con l’opprimente treno che se ne va.

So con certezza che in questo lungo periodo di assenza avete passato numerose notti insonni cercando di darvi spiegazioni sui mancati aggiornamenti di cronaca pendolare dal solito sedile blu contromano.

Mettetevi comodi, ora vi aggiorno.

A dire il vero non ricordo se vi ho già parlato delle mie ultime vicissitudini ferroviarie claustro-agorafobiche. 

Per farla breve dopo numerosi attacchi di panico risolti con un cambio di treno alla prima fermata utile, ho abbandonato quel solito sedile blu. Vuoi per l’affollamento che in pratica non mi consente più di avere il posto riservato, vuoi soprattutto per i già citati attacchi “emotivi” che proprio con questa penna in mano sto cercando di tenere sotto controllo.

Eccomi qui appollaiato su questo magnifico strapuntino ferroso in coda al treno. L’ultimo posto a sedere del piano terra fronte marcia con i pulsanti per l’apertura delle porte dietro la spalla sinistra e tutti i vagoni davanti a me. Una sorta di capitano sulla tolda di comando.

Fortunatamente la situazione sta migliorando tant’è che queste prime righe sono riuscito a scriverle nonostante il treno sia abbastanza affollato.

Lo so, può far ridere, ma vi assicuro che non è facile combattere contro queste fobie.

Il mio livello di stress era già altissimo e non lo dico perchè fa figo dire di essere stressati, la vita al di fuori di questo vagone mi ha messo a dura prova.

Aggiungiamo che in questi nuovi treni sono spariti i finestrini apribili, trasformando il convoglio in un aereo su rotaia e solo una piccolissima finestrella ogni mille finestrini è apribile a vasistas, che Trenitalia sicuramente ha ridotto i posti a sedere e che spesso folle oceaniche entrano come cavallette affamate in un campo di grano.

In un lampo la mia aspettativa di vita si azzera.

La mia parte razionale cerca di tenere a bada il sistema calcolando in nanosecondi statistiche sulle possibilità di rimanere intrappolati in treno; fa ricerche d’archivio cercando informazioni su morti per soffocamento da convoglio ferroviario affollato. Nel più bello che la soluzione sta per essere svelata, arriva un plotone incazzato di sabotatori che spegne il sistema e rende vana ogni possibile alternativa reale al panico.

Il mio sguardo inizia a vagare in cerca di una via d’uscita facile da raggiungere, di uno spiraglio d’aria, di una di quelle maledette finestrelle che potrebbero far entrare un refolo fresco. Starmene seduto diventa impossibile. Inizio a cercare diversivi, ma non li trovo. Ogni persona intorno a me diventa un ostacolo, non dico un nemico alla mia salute, ma un ostacolo si. Mi servono aria e orizzonti liberi, ma in un treno affolato sono merce rara.

Scatta il panico

Devo agire.

L’unica soluzione è uscire, allontanandomi dalla folla per tornare a respirare senza mascherina.

Così faccio.

In tutta fretta prendo le mie cose, attraverso i corpi che mi separano dall’uscita e mi ritrovo solo al binario con l’opprimente treno che se ne va.

Appena scendo, il battaglione dei sabotatori esulta, ma basta un pensiero al loro operato per farli magicamente svanire e lasciare spazio al ritorno del razionale.

E’ come se una pentola a pressione, da troppo tempo sul fuoco, venisse sfiatata all’improvviso. Mi svuoto, mi raffreddo.

Non mi do colpe, mi conosco. Cerco una nuova soluzione di viaggio.

Mi do tempo convincendomi che la prossima volta andrà meglio.

E così tra un treno e l’altro cerco soluzioni. 

La scrittura prima di tutto. Mi ha salvato in più di un’occasione. Altre due cose fungono da boe di ancoraggio: una bottiglietta d’acqua e un pacchetto di caramelle. Saranno cavolate, ma sapere di averle nello zaino mi conforta.

Dimenticavo lo studio del miglior posto a sedere. E’ stato fondamentale, mi è costato qualche crisi ma alla fine questo posto freddo e un pò scomodo è ideale per rimanere vicino alla via d’uscita e mantenere una bolla d’aria di sopravvivenza.

Tutto questo per dire che sono tornato con la penna in mano, dal treno, dal solito strapuntino per ora frontemarcia.

Ho già in serbo un pò di brevi storie di vita pendolare da e verso Venezia. Gli attori inconsapevoli saranno i miei sconosciuti compagni di viaggio che prenderò come spunto per far viaggiare la fantasia. Facce viste e riviste, facce nuove, facce curiose spesso chinate sul rettangolo palmare.

Vabbè vi lascio, si fa tardi e il ponte della libertà è all’orizzonte.

Bracc 1 – sabotatori 0

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Ma quanto ci costano le bici?

Il problema dell’approvvigionamento, dell’aumentato costo dei trasporti, del caro vita lo conosciamo tutti a menadito (forse) e i proclami delle aziende produttrici, pure (forse).

Ma quanto ci costano le bici?

In effetti il tempo libero potrei spenderlo in altra maniera…

A volte mi intrippo in questioni che possono sembrare di lana caprina ma alle quali devo dare o forse darmi una risposta.

Il problema dell’approvvigionamento, dell’aumentato costo dei trasporti, del caro vita lo conosciamo tutti a menadito (forse) e i proclami delle aziende produttrici, pure (forse).

Avendo comprato casa da poco ho imparato due frasi a memoria. La prima recita pressappoco così: “se ordinate subito il prezzo è questo, se ordinate la settimana prossima, mi hanno già comunicato un rincaro del 20%” E questo succedeva un anno fa come oggi.

La seconda recita: “Non sappiamo darvi una data precisa di consegna, perché anche noi non sappiamo quando ci arriverà il materiale”.

Copia e incolla nel settore bici.

Premetto che non sto cercando di cambiare bici. La mia fida Focus Paralane dell’ormai lontano 2017/18 mi accompagna splendidamente nei miei brevi giri stradali e penso mi accompagnerà ancora per molti giorni, vista l’istantanea perdita di valore della mia bici e gli irraggiungibili prezzi di una pari livello.

Mi sono chiesto se fosse possibile fare una statistica veloce dell’aumento dei prezzi al consumatore. Ho cercato listini degli anni passati, ma la difficoltà di reperire informazioni ufficiali ed esaustive mi ha fatto desistere finché non mi sono ricordato che sul sito della Specialized, era possibile andare indietro nel tempo per trovare vecchi modelli.

In effetti questa possibilità c’è ancora. Messomi di buzzo buono ho iniziato a segnare modelli e prezzi dal 2018 ad oggi del settore Gravel. La difficoltà principale è il far combaciare modelli dallo stesso nome ma di anni diversi, a causa del diverso grado di componentistica utilizzata. Diciamo che in questo Specialized è abbastanza tradizionalista e cerca di mantenere negli anni una buona corrispondenza tra modello/categoria/livello.

NB: prima della pubblicazione di questo articolo, l’analisi dei prezzi risaliva al 24 novembre 2019.

Ho preso ad esempio tre modelli:

  • S-Works Diverge
  • Diverge Expert Carbon Uomo
  • Diverge Sport E5 Uomo

Di seguito i grafici con prezzi e variazioni di anno in anno.

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L’ultimo grafico mette in evidenza le variazioni del prezzo delle bici dal 2018 ad oggi con le relative percentuali riferite ovviamente al prezzo iniziale. Ricordiamoci che una S-Work nel 2018 la si portava a casa con meno di 9000 euro, mentre una entry level di buon livello la si poteva acquistare con poco meno di 1200 euro.

Qui si potrebbe fare un altro piccolo ragionamento sull’apertura della forbice tra prezzo e qualità del prodotto. Lasciando intoccate le top di gamma che restano irraggiungibili e sempre top di gamma, l’impressione è che l’aumento ridotto dei prezzi, +26% rispetto al 50% di altri modelli, sia accompagnato da una riduzione dei costi da parte del costruttore che alloggia nella stessa fascia di modelli, componentistica di più basso livello.

Solo impressione?

Di certo una bici gravel non entra nel paniere dei beni di prima necessità, ma un aumento generale attorno al 40% in 4 anni non mi sembra male per i profitti aziendali; certo anche loro avranno un aumento dei costi… Solo nell’ultimo anno c’è stato un aumento del 15% sul modello di fascia medio alta e superiore al 19% sia per l’entry level che per la top di gamma.

Forse anche qui di certo non devo insegnare io dove e come alzare i prezzi: vedi boom di richiesta per nuovi adepti alle due ruote post lockdown, vuoi entrata in gioco di moltissimi ciclisti stradali che di certo non possono sfoggiare una bici con il Sora, infatti moltissime case hanno lanciato il modello gravel-RACE.

Insomma, lode a Specialized che non si nasconde e lascia pubblicate anche cose “vecchie”.

Ho provato a far un’analisi simile sui marchi italiani, ma mi sono arreso per l’impossibilità di trovare listini vecchi e per la babele di modelli che stanno lanciando. Solo a titolo di esempio i modelli gravel della Wilier (4 modelli) di qualche anno fa andavano dagli 850 euro per il modello base ai 2600 per il top. Ora, 2022 si parte dai 1400 e si arriva agli 11000 distribuiti su almeno 18 modelli.

Spero che queste poche righe di analisi spingano verso un acquisto più consapevole, coscienti che tutto quello che ci sembra essenziale per andare forte, andare più lontano, viaggiare più comodi…molto spesso è essenziale solo per una distorta visione delle cose!

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Il profumo della festa

E forse oggi era un giorno importante, forse era un giorno di ferie, forse solo alcune ore libere da una vita scandita dal lavoro. Ore di permesso. Ripulito, messo a nuovo, per andare a fare una passeggiata lungo la stradina che avrà percorso mille volte da bambino e che ora non riesce più a vivere se non dall’interno di un’auto.

Ieri mattina sono andato a correre. Correre a piedi.

Quella cosa che si inizia dopo una certa età, dopo che si sono abbandonati gli sport di squadra, dopo che l’addome è diventata la parte più riconoscibile del proprio profilo. L’ultima spiaggia prima del dietologo.

Dai non sono proprio su quell’arenile, sull’addome posso convenire, sul resto ci penso un attimo.

Fatto sta che come ogni autunno mi risale la voglia di rimettermi in contatto con il suolo e tornare primitivo; almeno nella pratica sportiva. E così è stato anche nella stagione delle foglie morte appena passata.

Radicalmente opposto. Ho deciso che a differenza degli autunni precedenti non mi sarei fatto condizionare da medie al chilometro ed obiettivi esaltanti che matematicamente mi portavano all’infortunio di fine corsa.

Parto lento, molto lento. Lento e sempre più lungo, fino a passare quella prima soglia dei 10k.

Lento e lungo.

Nel più bello arriva lo stop. Stop forzato che in questo periodo si chiama spesso quarantena.

Dopo tre mesi mi ritrovo con le scarpette ai piedi e la voglia di riprendere.

Stessi principi: lento e lungo.

Strade diverse…

Il cambio di casa che c’è stato nel mezzo, comporta l’osservazione di nuovi riferimenti, nella vita di tutti i giorni e ovviamente anche nelle esplorazioni sportive. Tempi, distanze, sensazioni. Tutto cambia. Anche se i minuti corsi sono gli stessi, le distanze e le sensazioni legate ad una svolta, ad un cavalcavia, sono novità che per un abitudinario come me, sono ostacoli alla quotidianità.

Vabbè, ma tutto questo non c’entra con l’oggetto dello scrivere.

Riparto.

Lentamente lungo questo nuovo anello composto da due stradine che partono e arrivano negli stessi punti. Dalla periferia di una piccola cittadina, fino alla periferia di un piccolo paese. Nel mezzo un’autostrada che taglia la campagna. Una campagna che si fa fatica a considerare ancora appartenente alla nostra vita quotidiana, che si trova appena più in la dei nostri soliti percorsi guidati dalla velocità nel congiungere due punti suggeriti dal magico navigatore.

Arrivato a metà percorso nella periferia più periferica, imbocco il secondo ramo del percorso che mi riporta verso la Rocca. La strada è stretta, giusta per il passaggio di un mezzo alla volta. Solitario in una mattinata invernale. Mi ascolto il solito podcast in attesa che l’app mi sussurri il drammatico resoconto sul mio ritmo. Chilometri percorsi, tempo totale, media al chilometro… Ascolto ma non do peso. E’ come una specie di mantra che scatta in automatico ad ogni chilometro.

Mezza età. Si avrà su per giù una mezza età, quale essa sia.

Cammina lungo il mio stesso ciglio ma in direzione opposta. Capelli in ordine, ingellati, pettinati all’indietro con un pettine dai denti molto larghi. Scarpe nuove o per lo meno usate poco e mantenute bene. Linguetta vistosa, portata spavalda come solo le Reebok Pump potevano fare.

Non passo all’altro ciglio ma mi sposto verso il centro della careggiata.

Un cenno con la testa che viene ricambiato.

Ormai è alle mie spalle, ma il suo moto fa si che la sua presenza rimanga nell’aria.

Una scia di colonia mi rimanda ad un preciso momento della mia infanzia.

Domenica mattina, famiglia al completo. Mano sulla maniglia della porta della chiesa.

All’apertura si sentiva spesso il profumo di Domenica della persona che mi precedeva.

Il profumo buono, quello costoso, dolciastro da usare con parsimonia solo nelle occasioni importanti.

E forse oggi era un giorno importante, forse era un giorno di ferie, forse solo alcune ore libere da una vita scandita dal lavoro. Ore di permesso. Ripulito, messo a nuovo, per andare a fare una passeggiata lungo la stradina che avrà percorso mille volte da bambino e che ora non riesce più a vivere se non dall’interno di un’auto.

Un incontro galante con quel che resta della vecchia campagna.

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Ciclocross sulla neve? Anche NO!

Ebbene si, dopo il ciclocross sulla neve del prossimo weekend, l’UCI punterà sul ciclocross sprint subacqueo. Verrebbe meglio scritta e letta da Vulvia mentre annuncia i programmi di Rieducational Channel, ma per ora accontentiamoci di una B sola.

Chiaramente Fake News, ma a pensarci bene l’UCI potrebbe seriamente farci un pensiero, in fondo basta una piscina e il gioco è fatto. Sapete che spettacolo vedere i 3 fenomeni che sgommano sott’acqua! I produttori di bici potrebbe aprire un nuovo settore con migliaia di appassionati e in colpo solo unirebbero gli amanti degli sport d’acqua con i fanatici delle dure ruote a pedali.

Torno serio e cerco di spiegare perché dal mio punto di vista non c’era la necessità di proporre questa “innovazione” nel mondo delle competizioni ciclistiche. Sono assolutamente conscio di esser un pesce talmente piccolo e magari anche fuor d’acqua, che questo articolo pruriginoso non provocherà il men che minimo solletichio ai trentini organizzatori e men che meno all’UCI, ma magari instillerà nella mente dei pochi lettori, qualche dubbio sull’opportunità, sul senso di un’operazione della quale nessuno sentiva la necessità.

La prima motivazione è legata alla questione ambientale. Sto scrivendo dal fondo della pianura padana in una piovosa giornata di dicembre e sbirciando la webcam della sede della gara, si intravedono gli organizzatori brindare per il cospicuo manto nevoso caduto in questi giorni. Benissimo! Ma qualche giorno fa, è ormai usanza per tutte le competizioni di sci nordico, c’era già una striscia bianca di neve artificiale sparata, portata, compattata, rullata, piallata.

La stessa organizzazione mondiale che istituisce le green zone lungo le tappe dei grandi giri, che multa, squalifica il corridore che lancia a terra la borraccia per il bambino a bordo strada, si inventa un’inutile gara di ciclocross sulla neve, assicurandosi il manto artificiale per non far sporcare le ruote agli atleti. Che senso ha tutto questo? Lanciare una nuova disciplina invernale quando tutte le previsioni sui cambiamenti climatici innalzano spaventosamente la quota neve? Sperimentare nuovi avveniristici telai in carbonio per il freddo? Far vedere che sulla neve ci si può andare anche in bici, magari elettrica (visto che un bronzo olimpico già si diverte ad andar su e giù con la E-MTB)? Passare un’allegra giornata tra un bicchiere di vin Brulè e un bombardino? Ritorno a chiedermi che senso ha?

Sarà una figata! Ma che senso ha?

Non possiamo vivere costantemente scollegati a nostro piacimento dalla realtà!

I danni da innevamento artificiale sono molteplici e ancor più lo spreco di energia elettrica e l’uso di additivi per il mantenimento del manto nevoso. Lascio alcuni link per chi volesse approfondire.

Ricordiamoci che stiamo parlando di una disciplina che è già fin troppo cruda, dove gli atleti gareggiano in condizioni estreme: fango, pioggia e anche neve; si perché se nevica il ciclocross non si ferma. E quindi che differenza c’è? La differenza è sostanziale. Se da un lato si accettano le condizioni meteo talvolta estreme, dall’altra c’è una volontà iniziale nel proporre uno spettacolo, perché non credo si tratti d’altro, in uno scenario che è esterno alla storia, tradizione e al senso della competizione ciclocrossistica. Nel 2019 andai a Silvelle di Trebaseleghe per intervistare l’organizzatore Mauro Zamprogna (qui il podcast e qui un brevissimo video)in occasione dei campionati europei di Ciclocross e alla domanda, “a quando una tappa di coppa del mondo?”, l’espressione del suo volto fu chiara e inequivocabile. Lungi da me far la parte dell’ingenuo, ma allo stesso tempo posso esprimere il mio dissenso e sconforto, posso in qualche modo dire che non ci sto.

La seconda motivazione è legata a quanto appena scritto, ad un senso generale delle cose, all’inquadramento puramente economico che porta a centrare obiettivi che abbiano come prima voce il raggiungimento di un buon bilancio economico. Ma ancor più che questo obiettivo economico si possa raggiungere solo percorrendo la strada che sponsor e manager rampanti tracciano lungo pagine scritte da persone che non hanno nulla a che fare con lo sport.

Ho incontrato amici amanti della bici che di certo non posso annoverare tra gli affezionati alle multinazionali, che sull’argomento erano radiosi per la novità all’orizzonte, ma alla mia domanda, “ma che senso ha?”, non hanno portato argomenti a supporto della loro felicità.

Non mi dilungo oltre, e non intavolo qui discernimenti sulle gare gravel made in Italy o sull’effettivo aumento dei prezzi delle bici; ci sarà modo e tempo per parlarne più avanti. Immagino che in pochi arriveranno a queste righe, ma ribadisco la necessità di porsi criticamente a quanto ci viene proposto, in questo caso, dal Circo sportivo.

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STRAVA e lo sport post covid

L’annuale report di STRAVA e le interessanti linee guida proposte da ISPO ci possono far capire come si orienterà l’offerta sportiva e outdoor in questo nuovo anno. Gli effetti della pandemia sulle usanze sportive registrate dalle attività di STRAVA, unite alle nuove necessità di riappropriarsi di spazi e tempi sottratti dal virus, possono diventare volani per riaccendere la voglia di attività fisica all’aperto.

L’anno è già iniziato. Un anno nato già con molte aspettative, forse fin troppe. L’anno che dovrebbe scacciare l’orribile 2020.

Sembra che un semplice cambio di data possa scatenare in noi chissà quali passioni ed energie che ci porteranno a renderci migliori, o a crederci migliori.

Come tutto questo si possa riversare nel mondo dello sport e dell’outdoor nel 2021?

L’annuale report di STRAVA e le interessanti linee guida proposte da ISPO ci possono far capire come si orienterà l’offerta sportiva e outdoor in questo nuovo anno. Gli effetti della pandemia sulle usanze sportive registrate dalle attività di STRAVA, unite alle nuove necessità di riappropriarsi di spazi e tempi sottratti dal virus, possono diventare volani per riaccendere la voglia di attività fisica all’aperto.

Ho provato a spiegare il tutto attraverso l’ultimo video.

Buona visione!

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CARGO bike for family

Può una bici cambiare lo stile di vita di una famiglia?
La risposta è si!
Per una serie di coincidenze ho avuto in prova la Justlong di Bicicapace e me ne sono innamorato.

Può una bici cambiare lo stile di vita di una famiglia?

La risposta è si!

Per una serie di coincidenze ho avuto in prova la Justlong di Bicicapace e me ne sono innamorato.

Partiamo dall’inizio. Bicicapace è una realtà milanese capitanata da Francesco Lombardi, designer e produttore delle bici. Justlong è uno dei tre modelli a catalogo ed è una bici cargo dedicata alla famiglia per il trasporto dei più piccoli.

Si tratta di una long tail, ossia di quelle bici con il retro molto lungo che permette di ospitare comodamente 2 o anche 3 bimbi. Il modello provato è assistito da un motore elettrico che ne aumenta l’usabilità e ovviamente agevola le fatiche del ciclista. In più la Justlong offre un abbondante volume di carico anteriore dove si possono comodamente alloggiare gli zaini scuola dei bimbi.

Non mi dilungo ulteriormente lasciandovi alla video recensione che ho registrato per l’occasione.

Oltre alla prova introduco un più ampio discorso sulle cargo bike e sulle e-bike.

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bike economy, il ritorno di adidas nel ciclismo – Rassegna Stampa dell’altro ciclismo – #5

Quarta rassegna stampa sull’altro ciclismo.
Economia, mobilità dolce e altre notizie.

Quinto appuntamento con la rassegna stampa dell’altro ciclismo.

Di seguito la versione video e poco più sotto il podcast!



#1 Mountain bike trails bring significant ECONOMIC BENEFIT, SHOWS STUDY

Parliamo di benefici economici dati dalla presenza di sentieristica o percorsi ciclabili. Ci riferiamo ad uno studio fatto da University of Wisconsin River Falls Research Centre che ha calcolato i vantaggi economici relativi ai percorsi per mountainbike nell’area a sud ovest del lago superiore nel wisconsins nord occidentale.

Ebbene, sembra che i percorsi presenti portino un vantaggio economico annuale di 7,8 milioni di dollari. Lo studio è stato condotto insieme alla Chequamegon Area Mountain Bike Association dall’estate del 2019 all’inverno del 2020, lo studio ha rilevato il significativo beneficio delle persone che viaggiano dentro e fuori l’area, spesso soggiornando per poche notti. 

  • Il 73% degli intervistati è arrivato dall’esterno delle contee di Sawyer e Bayfield per guidare. 
  • Il numero medio di volte in cui i ciclisti avevano percorso i sentieri in precedenza era di nove.
  • prevedono di spendere circa 200 dollari al giorno tra visite, ristoranti e alloggi portando nell’area circa 1,8 milioni di entrate.
  • Il valore complessivo del flusso ciclo – turistico raggiunge i 3,2 milioni di dollari
  • 118 nuovi posti di lavoro

La maggior parte dei ciclisti erano uomini benestanti di 45 anni e oltre; Il 61% aveva un reddito a sei cifre. Molto spesso, mentre si trovavano nella zona, si dedicavano anche ad almeno un’altra attività, che molto spesso era l’escursionismo o il nuoto. La presenza femminile è pari al 33% dei ciclisti intervistati.


#2 BASKET EVERESTING: 2020’S WACKIEST CYCLING CHALLENGE YET?

Notizia stravagante che arriva dal Galles, dove il meccanico di bici Joel Jones ha deciso di fare un everesting in sella alla sua cannondale del 91 in alluminio con ruote da 26, traasformata in gravel con un bel cestino davanti al manubrio sul quale caricherà la borsa con tutto l’occorrente per superare le 151 ripetizioni della salita che sale dal lungo mare di Heswall.

Il tutto per raccogliere fondi per il movimente MOVEMBERS. Avete presente il movimento dei mustacci? E’ una rete di raccolta fondi internazionale che mira a prevenire le malattie mentali, i suicidi, il cancro alla prostata e ai testicoli.

https://advntr.cc/basket-everesting/


#3 parcheggio bici all’aia Koningin Julianaplein

Un parcheggio fuori dal normale…


#4nuova gravel da parte di look 765 GRAVEL

La casa transalpina presenta la nuova 765 gravel. Si conferma l’orientamento verso un gravel “race” con un occhio di riguardo per i pesi e i settaggi di alta gamma.

Gustatevi la nuova gravel!


#5 TECH

Sett di cacciacopertoni, levette, chiamatele come siete abituati. Li potete trovare anche in Europa ad un costo modico, giusti per un pensiero natalizio! https://bikepacking.com/news/pedros-micro-levers/

Il ritorno di adidas nelle scarpe per ciclismo

https://www.adidas.it/scarpe-the-road-cycling/FW4457.html

Kit riparazione tubeless from Mucc Off

Utilissimo per tutti gli amanti del tubless, ti porta a casa anche in caso di forature di una certa importanza, senza trascurare il design e la funzionalità! Vai al kit!


Nuova serie di borse dedicata al bikepacking e non solo dallo stiloso marchio inglese Brooks. Una serie completa che strizza l’occhio anche al cicloturismo classico. Si caratterizza ovviamente per la qualità dei tessuti e per alcune scelte costruttive soprattutto nel reparto bikepacking.

Curiosa la proposta che individua già delle categorie di viaggio

Bikepacking adventure, Ride around the world, Short day trip

Dicevamo delle scelte costruttive. Sia per la borsa sottosella che per la borsa al manubrio, Brooks ha adottato la scelta di fornire dei supporti per agganciare le borse vere e proprie waterproof.

Brooks Scape

#6 foto

https://www.instagram.com/jstartt/

http://jamesstartt.com/

#7 Video

regista Tommy Penick

photo Burke Lawrence (@burkelawrencephoto

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Cicloturismo, Economia e Itinerari Eurovelo – Rassegna Stampa dell’altro ciclismo – #4

Quarta rassegna stampa sull’altro ciclismo.
Economia, mobilità dolce e altre notizie.

Quarto appuntamento con la rassegna stampa dell’altro ciclismo, da oggi anche in video!

Parleremo di prospettive future riguardanti le politiche di incentivo all’uso della bici e allo sviluppo della mobilità ciclabile in Europa.

#1 Benefici economici e boom ciclabile – Vai all’articolo.

Secondo i dati di EuroVelo e dello studio del Parlamento europeo / The EU Cycling Economy (2016): “Si stima che ogni anno in Europa si effettuino 2,3 miliardi di viaggi di cicloturismo con un valore superiore a 44 miliardi di euro, secondo uno studio del 2012 commissionato da il Parlamento europeo. 20,4 milioni di cicloturisti trascorrono una o più notti durante il viaggio e questi turisti “notturni” spendono circa 9 miliardi di euro all’anno.

“Inoltre, il cicloturismo è collegato a oltre 500.000 posti di lavoro nell’UE, che è più del settore dell’acciaio e delle crociere”.

https://ecf.com/

https://en.eurovelo.com/.


Rimaniamo in ECF per due interessanti approfondimenti.

Il primo relativo a:

#2 quanta bici è presente nei piani energetici e climatici dei paesi membri.

Stranamente l’Italia sembra in buona posizione, essendo tra i pochi paesi con una valutazione Buona. (italia, portogallo, belgio e cipro) mentre in eccellente posizione vi è la Francia e l’Austria.

Bici e piani energetici nazionali – Vai all’articolo.

Report “Cycling Underrepresented in EU Member States’ Final National Energy and Climate Plans


Restiamo ancora nel mondo ECF per altre due notizie sul tema.

La prima, in parte ve l’ho già detta nelle scorse rassegne, ossia l’espressa volontà di imboccare la mobilità ciclistica per una rivoluzione verde europea. Questa volontà è stata rafforzata il 30 ottobre con l’uscita di un vademecum scritto a quattro mani tra ECF e CIE. 

Mentre ECF sappiamo ormai cos’è, il CIE è il consorzio di industrie europee del ciclismo. In pratica quella che viene chiamata la “lobby” del ciclismo. CIE e ECF hanno pubblicato una serie di raccomandazioni per piani nazionali relativi al rilancio energetico

#3 “Recovery and Resilience”

Sfogliando le linee guida si trova scritto che le piste ciclabili creano il 30% di posti di lavoro in più nel settore edile rispetto ai tradizionali progetti stradali “, ha affermato Céline Gauer, Capo della Task Force per il recupero e la resilienza presso la Direzione Generale della Commissione Europea, in occasione degli Urban Mobility Days (30/09/2020).

Vi lascio al documento per scoprire tutte le iniziative suggerite.


#4 Effettivo aumento di mobilità ciclistica?

Ultima notizia dal mondo ECF riguarda sempre il boom ciclistico post covid, o per meglio dire post primo covid.

A fronte delle belle parole e degli stanziamenti per la costruzione di nuove ciclabili, si sono chiesti se effettivamente la gente avesse pedalato di più.

Affidandosi a Eco Counter l’Italia balza al primo posto mondiale come incremento dell’uso della bici

Da notare che non vi è sostanziale differenza tra giorni lavorativi e giorni festivi

Guardando Strava si scopre che l’uso della bici è aumentato del 56% a Berlino nell’aprile 2020 rispetto ad aprile 2019, dell’82% a Barcellona tra giugno 2019 e giugno 2020, del 119% a Londra tra maggio 2019 e maggio 2020 e del 222% a Liverpool nello stesso periodo.

Vai all’articolo per scoprire tutti i dati.


Il video suggerito per questa rassegna si intitola

#5 A LINE IN THE SAND

e vede tra i quattro protagonisti anche EMILY BATTY. Per chi non la conoscesse Emily è stata ed è ancora una biker professionista per il team Trek. La biker canadese due volte bronzo ai campionati del mondo, con il marito Adam Morka, il fratello Eric Batty e il famosissimo fotografo e film maker Chris Burkard hanno attraversato in bici da Est a Ovest l’Islanda.

Immagini mozzafiato.

Buona visione!

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Rassegna stampa #3

Terza rassegna stampa delle notizie dall’altro ciclismo. In questo numero parleremo di mobilità ciclistica a livello europeo con la volontà della Commissione Europea di puntare sulla costruzione di nuovi chilometri di piste ciclabili. Parleremo di alcune aziende green nel settore ciclo, di un bell’articolo sulla stagione ciclistica che si sta concludendo comparso su cyclingtips e di molto altro.

Terza rassegna stampa delle notizie dall’altro ciclismo. In questo numero parleremo di mobilità ciclistica a livello europeo con la volontà della Commissione Europea di puntare sulla costruzione di nuovi chilometri di piste ciclabili. Parleremo di alcune aziende green nel settore ciclo, di un bell’articolo sulla stagione ciclistica che si sta concludendo comparso su cyclingtips e di molto altro.

Cargobike for family – Justlong review – Una cargobike per la famiglia che ti cambia la vita The Cycling Corner

In questo terzo numero:

#1 http://bidonmagazine.org/offredo-ritiro

#2 European Commission VP: “Spending on bike lanes is a no regret investment”

 30 October, 2020 Mark Sutton

#3 UK’S FIRST DEDICATED CX AND GRAVEL TEAM LAUNCHED

https://advntr.cc/cx-syndicate/

#4 Thule Group set Paris Agreement style climate targets for its business

https://endura-italia.exposure.co/one-million-trees-ogni-anno

#5 THE 2020 PRO CYCLING SEASON IN GOOGLE REVIEWS

#6 Choosing to Live – Presented by Salsa Cycles

In evidenza

Rassegna stampa #1

Inizia con questo primo numero una nuova rubrica settimanale di commento delle notizie ciclistiche più golose che selezionerò per voi. Le presenterò e commenterò a voce all’interno del podcast che potete ascoltare qui sotto.

Inizia con questo primo numero una nuova rubrica settimanale di commento delle notizie ciclistiche più golose che selezionerò per voi. Le presenterò e commenterò a voce all’interno del podcast che potete ascoltare qui sotto.

Cargobike for family – Justlong review – Una cargobike per la famiglia che ti cambia la vita The Cycling Corner

In questo primo numero:

#1 Peak il video sulla storia della prima squadra ciclistica professionistica del Sud Africa

–> https://qhubeka.org/about-us/

#2 Mercato delle bici in tilt. Proviamo a capirne le cause –> https://cyclingindustry.news/when-will-bike-stocks-return-to-normal-cycling-industry-responds/ –> https://www.marketplace.org/2020/08/20/bike-shortage-covid-19-economy-transportation/ –> https://www.bdc-mag.com/il-motivo-delle-lunghe-attese-per-una-bici-nuova/

#3 Viaggiare in bici con il brutto tempo si può, si deve! 5 consigli dalla più giovane ciclista indiana ad aver completato il giro del mondo! https://advntr.cc/keep-camping-into-autumn-and-winter/

#4 Nuove sacche per bikepacking da Ortlieb – Fork Pack https://off.road.cc/content/review/bags/ortlieb-fork-pack-review-6765

#5 Che profilo devono avere le mie ruote per essere più performanti?https://cyclingtips.com/2020/10/hunts-new-42-limitless-gravel-disc-is-a-mixed-terrain-race-wheel/?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+cyclingtipsblog%2FTJog+%28Cycling+Tips%23

#6 Un nuovo marchio artigianale francese di borse per bikepacking https://bikepacking.com/news/helmut-equipement-video/

#7 Come hanno affrontato la chiusura totale per covid in UK? L’esempio di tre negozianti di bici che hanno studiato nuove strategie per continuare il lavoro https://cyclingindustry.news/cycle-shops-running-for-britains-best-small-shop-2020/

#8 Splendido articolo della compagnia Bidon sull’ultimo Giro delle Fiandre http://www.bidonmagazine.org/fiandre2020

#9 Ciclismo e fotografia – intervista a Dan Monaghan https://advntr.cc/photographer-dan-monaghan-on-autmnl-advntr/

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Wild Trail Italy

In questo strano anno che si avvia a concludersi nella speranza che porti con se tutto quello che c’è stato di negativo, tu, hai portato a compimento la tua più dura impresa ciclistica. Per chi non lo conoscesse, Paolo è uno dei più forti ultracycler italiani e la sua passione per le lunghissime distanze lo ha visto protagonista della Trans Am Bike Race in compagnia dell’amico Giorgio Murari, della North Cape4000, del French Divide e di molte altre competizioni e avventure.

Ciao Paolo e benvenuto nel mio blog.

In questo strano anno che si avvia a concludersi nella speranza che porti con se tutto quello che c’è stato di negativo, tu, hai portato a compimento la tua più dura impresa ciclistica. Per chi non lo conoscesse, Paolo è uno dei più forti ultracycler italiani e la sua passione per le lunghissime distanze lo ha visto protagonista della Trans Am Bike Race in compagnia dell’amico Giorgio Murari, della North Cape4000, del French Divide e di molte altre competizioni e avventure.

Quest’anno, dove tutto è saltato, annullato o rinviato, hai deciso di progettare e realizzare un’avventura incredibile attraverso tutto lo stivale.

Wild Trail Italy

4000 chilometri da Trieste a Capo Sud in Calabria lungo il Sentiero Italia in completa autonomia.

Spiegaci come ti è venuta questa pazza idea, cosa ti ha ispirato e come hai deciso di realizzarla.

In realtà erano diversi anni che avevo voglia di fare qualcosa di grande nella nostra Italia, ma ad ogni stagione per vari motivi non c’è n’è mai stata l’opportunità 

Ad inizio anno sono venuto a sapere che il Sentiero Italia del Club Alpino Italiano era in una fase conclusiva e questo mi ha dato l’energia per riprendere un discorso partito tanti anni fa.

Probabilmente la prima volta che sentii parlare di Sentiero Italia ero adolescente  e nemmeno correvo in bici, ma amavo fare trekking di montagna; un amore coltivato con mio nonno ed i miei zii nelle lunghe estati passate a Retrosi, una piccola frazione di Amatrice, nel cuore verde del Parco Nazionale dei Monti della Laga.

Negli ultimi anni, e soprattutto ad inizio 2020, questo Sentiero che all’epoca era solo un progetto è diventato realtà grazie ad un lavoro incredibile del CAI con i tanti volontari che animano le sezioni sparse in tutto lo stivale.

In sintesi l’obiettivo era di unire tutte le Alte Vie ed i parchi, attraverso le due grandi dorsali montuose, isole comprese. 7000Km  di sentieri tracciati che coprono l’arco alpino e la dorsale Appenninica dell’ Italia Continentale, arrivando a coprire anche le dorsali delle nostre grandi Isole, Sicilia e Sardegna

L’aspetto importante è che si tratta di un sentiero tracciato per il cammino e il trekking di alta montagna, quindi con diversi tratti non adatti alla mountain bike. Nel 2018 ci fu un tentativo di rendere fruibile la traccia all’uso della MTB  da parte di bikepacking.it ed un gruppo di amici conosciuti durante le mie avventure. Purtroppo quel progetto non vide la fine, a causa delle difficoltà, in diverse regioni, a trovare un valido supporto di verifica dei sentieri.

Ovviamente anche io ho incontrato le stesse complessità,  ma avevo una grandissima motivazione all’esplorazione che non mi ha mai fatto pensare a mollare!

Un po’ di storia era doverosa per comprendere la genesi di questo mia avventura esplorativa…   

Ovviamente il COVID19 ed il post lockdown  con la cancellazione di diversi eventi,  mi hanno ancor più motivato per portare a compimento il progetto.

Impostare una traccia lunga 4000 chilometri in territori non propriamente ciclistici non dev’essere semplice. Come hai superato gli eventuali problemi?

E’ stato un studio di mesi nel quale ho cercato di recuperare tutte le informazioni possibili in rete, contattando amici e sezioni locali del CAI nelle diverse regioni per un supporto di verifica e modifica della traccia per evitare passaggi a rischio in bici. In alcuni casi, tutto ciò è stato veramente eccezionale ed è stato un vero lavoro di team.

Qualcuno pensa che le “tracce “ siano di proprietà e non comprende quanto invece sia importante la condivisione soprattutto per la sentieristica. L’unico modo per mantenere aperti certi passaggi è la fruibilità. Diverse situazioni non chiare mi hanno costretto a fare delle scelte prima della partenza ed anche durante il percorso per non rischiare troppo.

Una raccomandazione per tutti: fate attenzione quando chiedete delle tracce su sentieri di montagna e sentite sempre più opinioni!

Immagino che raccontare questa enorme sfida durata quasi un mese in poche righe sia impossibile, ma raccontaci almeno un momento esaltante e un momento dove hai pensato che non saresti riuscito ad arrivare in Calabria.

Questi 27 giorni mi hanno insegnato più di quanto avessi minimamente immaginato durante la progettazione. Ho imparato ad apprezzare ogni piccola conquista e gestire anche le tante “sconfitte”.

Una delle giornate più esaltanti, anche dal punto di vista ciclistico, è stato quando partito da Sestriere ho messo in fila Monginevro, Izoard, Colle dell’Agnello, Sampeyre, per poi scendere al tramonto da oltre 2000mt su un sentiero molto flow avendo davanti a me una luce incredibile che scendeva dietro la cresta della montagna con le ombre che avanzavano a mezza costa. FANTASTICO!

Un momento dove ho pensato che non sarei arrivato in Calabria?  In realtà avevo dato per scontato di non avere il tempo sufficiente per arrivare in fondo; alla vigilia per me sarebbe stato un grandissimo risultato già chiudere l’arco Alpino!

Sicuramente non ho mai pensato di “ritirarmi”

Tecnicamente come hai affrontato il Wild Trail Italy? Bici, equipaggiamento? 

Sapevo che avrei dovuto spingere molto ed ero consapevole che per sognare Melito di Porto Salvo avrei dovuto superare una media di oltre 3000mt di dislivello giorno… Quindi ho cercato di portare l’indispensabile, che però mi consentisse di avere la possibilità di avanzare in completa autonomia soprattutto in zone di alta montagna; imprevedibili per meteo e condizioni ambientali

La scelta della bici è ricaduta su una MTB Front Code Squadra Corse di Cicli Elios in assetto da Bike packing

Questa avventura è di tua proprietà in senso assoluto. L’hai idealizzata e realizzata. Che differenza c’è rispetto al concludere un evento organizzato da altri?

Sicuramente un senso di estrema libertà! 

Non ero a caccia di record, non dovevo dimostrare nulla ed ero partito per vivere una vera avventura esplorativa, inseguendo la sola linea rossa della mia traccia;  ma con la possibilità di fare eventuali deviazioni dovute a sentieri chiusi, frane o meteo ingestibile.

Per conquistare metro dopo metro la mia traccia ho avuto tre fattori fondamentali che hanno regolato il mio andare: 28 giorni di tempo, 4100km da percorrere e 90.000 metri di dislivello positivo da superare.

Ultimamente ti vediamo più spesso sulle ruote grasse rispetto alla bici da corsa. Cosa preferisci dell’una rispetto all’altra e viceversa.

Non sono un “biker” ed in realtà non mi sento nemmeno un ciclista nel senso comune del termine. La bici è una grande opportunità ed oggi, il mezzo ideale per vivere le mie avventure. Diciamo che la MTB ed un certo di tipo di sentieri mi danno stimoli impossibili da trovare con la bici da corsa e la possibilità di entrare più a contatto con la natura. 

Wild Trail Italy è stata un’avventura con la bici e non in bici, considerato che ho spinto la bici per chilometri ed ore lungo i sentieri di alta montagna. 

La bici da corsa resta comunque la base dei miei allenamenti e sarà complice di tanti progetti futuri.

Tornando un po’ indietro, come sei diventato ultracycler?

La mia avventura nel ciclismo iniziò con un Eroica e forse era destino che dopo un periodo nella classiche granfondo, arrivassi nel mondo delle distanze “estreme” in bici.

All’inizio la sfida personale fu proprio la ricerca della distanza e delle tante ore in sella che non avevo mai fatto prima. Ricordo il mio primo 200 km per poi passare alle Randonnée e concludere nel 2008 la 1001 Miglia.

Cosa ti porta a sopportare le lunghe ore proprie delle distanze estreme?

Ancora oggi è la fame di scoperta a darmi la forza di gestire certe situazioni. Nonostante siano passati oltre 10 anni dalla prima esperienza in una gara di ultracycling, è rimasta inalterata la voglia di mettermi in gioco e di capire come riesco ad adattarmi alle diverse situazioni.

Qual è il tuo rapporto con la fatica, con il dolore che inevitabilmente si prova dopo i tanti chilometri passati a pedalare?

Durante il Wild Trail Italy certe mattine dopo qualche ora di sonno, alla ripartenza sentivo le gambe quasi “esterne” al mio corpo. Non c’era modo di stare seduto in sella, e non c’era un punto del mio corpo che non mi facesse male.

Per arrivare in fondo in questa mia ultima avventura ho dato fondo a tutte le mie esperienze passate ed ho imparato un nuovo step di sopportazione alla fatica ed al dolore fisico: ad un certo punto riuscivo a non pensare al dolore solo spostando l’attenzione in qualsiasi altra cosa positiva

Come gestisci il tutto? Quali sono i tuoi segreti nell’affrontare un’esperienza come quella appena conclusa?

La tabella di 150Km per 3000 metri di dislivello al giorno, ad un certo punto mi stava mandando veramente in crisi ed una delle più brutte crisi arrivò proprio sull’Asietta. Alla partenza della mattina mi ero dato un obiettivo di giornata troppo difficile nei fatti per dislivello e fondo estremamente difficile. Arrivai al Colle dell’ Asietta sfinito e da lì in poi Sestriere mi sembrò irraggiungibile fra sali e scendi interminabili. Da quel momento in poi cambiai completamente approccio, evitando di fare calcoli e prendendo quello che la via mi consentiva di fare. Era inutile calcolare medie quando dovevo fare ore/km a spinta e tratti di portage! 

Quindi ero “conservativo” nei tratti complessi e davo il meglio dove condizione fisica, fondo e dislivello lo consentivano.

Uno degli aspetti più difficili è stato a livello psicologico proprio l’impossibilità di pianificare, visto che ogni volta che prendevo un sentiero, a parte i freddi dati numerici non potevo sapere lo stato effettivo di quel segmento.

La mia tabella tipo era:  “avanzare” per circa 16h al giorno, dormire per circa 4/5h con le restanti dedicate alla logistica.

Trovare sempre la motivazione con minimi obiettivi raggiungibili, il continuo adattamento e la pazienza sono stati determinanti per arrivare in fondo!

Non posso salutarti prima delle rituali tre domande finali:

  • il posto più bello dove hai pedalato : Yellowstone Park
  • un libro che consigli, può essere ciclistico o no: Ventimila Leghe Sotto i Mari di Jules Verne
  • l’evento sportivo-randagio che val la pena di essere vissuto almeno una volta nella vita: Trans AM Bike Race
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Giro d’autunno

E’ strano questo autunno, sarà che sto soffocando con la mascherina in un treno affollato di appestati, sarà che è appena terminato il Tour de France, che stanno correndo le classiche del nord di inizio stagione, sarà…

E’ strano questo autunno, sarà che sto soffocando con la mascherina in un treno affollato, sarà che è appena terminato il Tour de France, che stanno correndo le classiche del nord di inizio stagione, sarà…

Sarà che tra meno di dieci giorni il Giro d’Italia farà tappa fuori dal mio cancello, che i corridori affronteranno le mie salite…

Sarà che il primo grande giro della stagione, il Tour, e non come le leggi del divino ciclismo insegnano, il Giro, è stato il preambolo di questa malinconia ciclistica autunnale.

Sarà che in quest’anno dove tutto è saltato e tutto sta saltando, dove il pianificare è ridotto al pensare alla cena serale, almeno quelli dovevano rimanere fermi, immobili nel calendario.

E invece no, tutto traslato aumentando l’entropia nella già sconquassata quotidianità.

Quelle strane ombre allungate sull’asfalto, di ciclisti sotto un sole d’agosto che alle latitudini transalpine è già basso all’orizzonte prolungando sagome di ruote e gambe, non erano dovute al solito sole di giallo intenso, carico, infuocato, sciogli bitume delle tappe a cavallo della presa della Bastiglia.

Quell’arrivo sui Campi Elisi con le ferie già consumate.

Ma ora ancor più, con questa partenza d’inizio autunno da una Sicilia ancora calda, con le rampe grigio scuro di un vulcano pronto a mettersi i primi vestiti pesanti, con le nebbie squarciate da un favoloso Ganna, si perde il senso del tempo, il bioritmo stagionale che dopo il Lombardia ferragostiano ha perso ogni caposaldo.

Aggiungeteci voci nuove in telecronaca, balbettanti come solo un rotore di un’elicottero sa fare…tatatatatata!

Insomma, questo giro lo aspettavo, lo aspetto ancora, ma mi sembra di star dentro ad una replica fuori orario.


Elaborazione in corso…
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Lo scatto perfetto

E’ stata una fredda magnifica giornata. Non ha vinto un italiano, ma come sempre accade a chi si assiepa lungo le strade di un circuito mondiale, il risultato finale è ininfluente.

E’ stata una fredda magnifica giornata. Non ha vinto un italiano, ma come sempre accade a chi si assiepa lungo le strade di un circuito mondiale, il risultato finale è ininfluente. Lo scopo è quello di partecipare ad un rito antico, sentirsi parte di una magia che si ripete ogni anno verso fine settembre lungo una trentina di chilometri in qualche paese di questa terra.

Per chi volesse scaricarsi il pdf.

(il primo è in bassa risoluzione, il secondo il alta risoluzione)

I commenti sono sempre ben graditi!

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Imola 2020

Ok si va!

Le previsioni meteo sembrano dare un minimo di speranza per la nottata tra sabato e domenica e per la giornata di domenica almeno fino a tardo pomeriggio.

La partenza sarà alle 24 di sabato 26 dalla rotonda del Duomo di Monselice.

L’andatura sarà molto turistica con fermate per foto e altro. I Km da Monselice sono circa 130 fino alla salita della Gallisterna.

Non sapendo cosa ci sarà sul percorso del mondiale (immagino che in tempi normali ogni 50m lungo il percorso ci sarebbe stato un baracchino con la piada romagnola, ma ora non credo) quindi è conveniente portarsi via abbastanza cibarie, barrette o paninetti.

Obiettivo principe è posizionarsi sulla Gallisterna, mal che vada si troverà un altra posizione.

Per il ritorno, si vedrà al momento se farsela in bici o montare sul primo treno!

Lascio la traccia GPX per chi volesse accodarsi.

Per contattarmi, mandatemi un messaggio su IG @braccgeobracc

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Polvere di stelle

Vabbè, sto sudando per gonfiare questi copertoni nuovi che non vogliono stallonare: 9-10-11 atm e tra un pò la pompa decathlon mi scoppia in mano. Non sento “stock”…maledetto copertone! Guardo bene il filo del cerchione e mi sembra ok, lo monto, lo faccio girare mettendo il pollice a misura per controllarne l’eccentricità e mi sembra perfetto. Maledetto, non potevi farmi lo “stock” che mi sarei gasato!?

Smanicato con manicotti o antivento? 

Guardo la temperatura esterna: 30° ore 18:30 dell’11 settembre 2020.

A scriverlo mi vengono i brividi, non per il caldo, ma per la coincidenza con quella tragica data di diciannove anni fa, che giusto oggi il mio feed delle news mi ricordava con un bell’articolo e intervista dell’autore delle purtroppo celebri foto “falling man” (l’autore è Richard Drew fotogiornalista). Settembre che sconvolse il mondo intero, come oggi è scosso da questa pandemia che non se ne vuole andare. 

Per cercare un pò di normalità, normale per noi essere umani si intende, in quest’anno che di normale non ha assolutamente nulla, si va a pedalare, ma anche qui di normale non c’è molto.

Notturna sui Colli, e il normale sarebbe se ci andassi in solitaria, invece ci andrò con i miei amici stradisti convertiti al verbo della polvere.

Vabbè, sto sudando per gonfiare questi copertoni nuovi che non vogliono stallonare: 9-10-11 atm e tra un pò la pompa Decathlon mi scoppierà in mano. Non sento “stock”…maledetto copertone! Guardo bene il filo del cerchione e mi sembra ok, lo monto, lo faccio girare mettendo il pollice a misura per controllarne l’eccentricità e mi sembra perfetto. Maledetto, non potevi farmi sentire quel magico suono del copertone che va in sede: cosí mi sarei gasato!

Sudo ancor prima di partire e penso che un “gilettino” possa esser più che sufficiente.

Gilettino e macchina fotografica nello zaino, questo il mio bagaglio.

Ho pensato e ripensato alla sistemazione della macchina fotografica, ma ancora non ho trovato un posto ideale. Argomento per pochi, appassionati di bici e foto, che non rinunciano allo scatto con la macchina, piuttosto che arrendersi al telefono.

Il piacere dello scatto con una macchina è tutt’altra cosa, credetemi.

Ho provato e riprovato a metterla e ad estrarla dalla borsa sul manubrio, ma non mi convince, troppi sfregamenti e troppo peso, con il rischio di sfregare la borsa sul copertone. Dovrei montare la borsa rigida sul manubrio, ma sugli sterrati e single track euganei  ci sono troppi scuotimenti. Resta lo zaino Lowepro fatto ad hoc…ma sempre zainetto è, e sempre sulle spalle bisogna portarlo. Tornerò sull’argomento…

19:30 sono a Este al punto di ritrovo

Argine del Bisatto, Anello dei Colli Euganei, splendido al tramonto, fino al ponte della Rivella, per poi dirigersi verso una delle salite più famose dei Colli: i sette guadi. 

Dorsale del Monte Fasolo, provate a farla di notte e fermatevi a guardar le stelle!

Siamo immersi in una pazzesca bolla di alta pressione dalle dimensioni record che invade praticamente tutta l’Europa, mantenendo tempo stabile, soleggiato e temperature generalmente più alte di 10 gradi. Non si tratta di 2-3 giorni, ma alla fine si potrebbe trattare di due settimane filate con le stesse condizioni estreme. Estreme si, perché se da un lato può far piacere aver ancora giornate calde, dall’altro è bene che ci ricordiamo che non dovrebbe esser così . Non dovrebbe esser così per i ghiacciai che ormai sono già scomparsi, non dovrebbe esser così per molti altri seri motivi!

Arriviamo a Vò, da dove tutto è partito.

Bruschetta, radler e si riparte per il ritorno, giusto in tempo per l’immancabile foratura e la “trenata” con scatti e riscatti, prima della visita ad un vecchio amico che ormai da anni è ospitato all’interno di cava Bomba a Cinto Euganeo.

Salutato “Dino” che stava ancora cenando, risaliamo in sella per l’ultimo tratto. Dopo Dino saluto i compagni d’avventura e mi godo gli ultimi solitari chilometri.

E allora pedaliamo, almeno per un pò sotto questa volta stellata, allontanando i cattivi pensieri e cercando di incasellare le “cose” al loro posto.

Pedalate forte, fatevi scoppiare gambe e polmoni, vi servirà per sentirvi vivi in questo pazzo tempo.

Pedalate lontano…

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Paolo Penni martelli

La fotografia mi ha salvato la vita, è lo stimolo per andare avanti sempre e comunque, è la forza per intraprendere un viaggio per non si sa dove, consapevole però che qualsiasi momento di quel viaggio potrebbe essere indimenticabile. I primi anni compravo tanti libri di fotografia, ricordo bene quelli di Elliott Erwitt o Herbert List…

Ciao Paolo, e’ un piacere averti ospite nel mio blog. E’ da tempo che ti seguo su Instagram e guardo sempre con ammirazione i tuoi scatti che sono sì di ciclismo, o di “ciclismi”, ma a mio parere, oltre la bici o il gesto atletico immortalato, hanno molto altro da dire. La tua fotografia si discosta da quella che è la pura foto sportiva, del gesto sportivo e delle emozioni dell’atleta, perché hanno un taglio più ampio dove il paesaggio e il contesto dell’azione, assumono pari importanza rispetto all’impresa dell’atleta. La foto iconica dell’atletismo, molto spesso lascia il posto ad una foto sportiva reportagistica, dove si percepisce chiaramente l’intenzione di raccontare una storia, una tua visione dell’atleta o dell’evento sportivo.

Prima di leggervi l’intervista, andate a vedere le foto di Paolo. Vi lascio i suoi riferimenti sul web.

Ovviamente, come prima domanda ti chiedo di presentarti brevemente.

Ciao Andrea, grazie per le tue parole, mi fa sempre molto piacere quando lo spettatore riesce ad andare oltre alla semplice foto di ciclismo. Dunque, io sono Paolo, ho 37 anni, nato a Brescia ma vivo a Barcellona da 12 anni. Ho studiato fisioterapia, lavorato in bar per anni e vivo di fotografia: un casino insomma.

Com’è nata la tua passione per la fotografia e come si è trasformata poi in lavoro.

E’ nata per caso, mentre lavoravo dando sconti per mojito in strada a Barcellona. Stavo in giro tanto tempo e andavo a letto tardi, cominciai a “vedere” cose che avrei voluto ricordare e il modo migliore era comprarsi una macchina fotografica. Con gli anni e con molte coincidenze si è trasformato nel mio lavoro a tempo pieno.

Cos’è per te la fotografia e quali sono i tuoi riferimenti?

La fotografia mi ha salvato la vita, è lo stimolo per andare avanti sempre e comunque, è la forza per intraprendere un viaggio per non si sa dove, consapevole però che qualsiasi momento di quel viaggio potrebbe essere indimenticabile. I primi anni compravo tanti libri di fotografia, ricordo bene quelli di Elliott Erwitt o Herbert List .

E’ difficile da chiedere ad un fotografo, ossia la risposta sembrerebbe banale, ma quando impugni la macchina fotografica, cosa cerchi e cosa ti fa “scattare”?

Cerco qualsiasi cosa, tutto e niente, mi lascio guidare da suoni odori colori linee e istinto. A volte il risultato fa cagare, altre è decisamente meglio. 

Oltre al ciclismo professionistico sei spesso impegnato nel racconto di eventi “ultra” ed “eroici”. Ci puoi raccontare la differenza tra questi tipi di eventi? Come fotografo, qual’è più bello da raccontare?

Sono cose diverse e molto simili allo stesso tempo.

Io cerco e ritraggo la passione e lo sforzo nell’impresa, che sia a farlo Froome o un signore di 70 anni sulle strade bianche della Toscana poco cambia. Certo è che in una tappa del tour sono un po’ più agitato…c’è “in gioco” molto di più diciamo.

Raccontaci cosa vuol dire far parte del mondo “eroico”. Avendo seguito il circo delle eroiche in giro per il mondo, quali sono i differenti approcci tra Italia ed estero?

L’approccio in generale è simile, ogni organizzatore deve seguire delle linee guida in modo da rendere ogni evento simile e diverso allo stesso tempo rispetto a quello originale di Gaiole.

Le cose più importanti sono la frecciatura dei percorsi, i ristori e lo sforzo dell impresa. Per cui c’è sempre un percorso decisamente duro per esempio. I paesaggi della Toscana sono ineguagliabili ma ciò non vuol dire che non si rimanga stupiti davanti a quelli giapponesi o californiani.

Cosa vuol dire essere fotografo oggi? e in particolare fotografo sportivo e di sportivi.

Io ci ho provato e ci sto provando “oggi” ad essere fotografo, non so cosa volesse dire esserlo prima; ad oggi vuol dire mettersi in un marasma di gente che ha macchine fotografiche più belle della tua e che hanno imparato a far foto 2 giorni prima senza nessuna esperienza e però magari lavorano per giornali più grossi e hanno press pass più belli e luccicanti dei tuoi.


Non importa che tu sia fotografo di sport o di altro, devi avere un tuo punto di vista personale, qualcosa che ti differenzi dagli altri, altrimenti sarai solo un numero


In tutto questo i social media e in particolare Instagram, quanto hanno cambiato il tuo lavoro e la percezione degli eventi che racconti attraverso gli scatti?

Bisogna essere veloci…troppo veloci, la stessa sera post evento bisogna avere una serie di scatti pronti per la pubblicazioni; è tutto accelerato. Anni fa non c’era quest’ansia da prestazione.

E in bici ti sei mai cimentato?

Eccome, hehe, andare in bici mi aiuta a scattare i ciclisti poi! In un anno normale posso fare tra i 5 e i 7 mila km l’anno, per cui si, pedalo!

Tornando ad aspetti più tecnici, qual’è il tuo corredo fotografico tipo quando segui un evento sportivo on the road?

Cerco di portare il minor peso possibile però in generale 2 macchine fotografiche, Nikon e Fuji sono quelle che uso di piu. Un 70-200mm e un 50mm indispensabili.

niente flash – niente cavalletto – doppie batterie – anti pioggia

e un oki per eventuali mal di testa e dolori vari.

Per chi volesse avvicinarsi al mondo della fotografia sportiva, che consigli daresti? tecnici e non?

Avvicinatevi se vi piace, non fatelo perché fa figo, siamo già pieni di fotografi cosi.


Qualsiasi macchina, foto va bene per iniziare, cercate di differenziarvi, cercate di dire qualcosa che altri non dicono. Non abbiate paura di osare.

Riferendoci a tutti quelli che pedalano con lo smartphone in tasca e magari si azzardano a portarsi una macchina fotografica compatta mentre pedalano, che consigli daresti per portare a casa delle foto che abbiano un senso?

Tutte le foto hanno un senso, magari non un senso professionale ma un senso si. Sono un ricordo per cui vanno bene. Fermatevi a fare le foto, sempre, non siete pro, per cui potreste cadere molto facilmente. Io avevo una Leica compatta molto carina, ci stava nella tasca del maillot.

Concludiamo con le ultime domande di rito:

  • il più bel posto dove hai scattato: Toscana, Val d’Orcia
  • un libro fotografico e non che consiglieresti: Shantaram / qualsiasi libro di Erwitt
  • un evento sportivo che consiglieresti a tutti i ciclisti amatoriali: bikepacking da soli, ovunque. Imparate a conoscervi.

Grazie mille Paolo e alla prossima!

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Bikepacking – kicking donkey bag

Cosa c’è di più bello di un giro in bici a settembre? E’ vero, siamo a fine estate e l’autunno è alle porte, ma i colori caldi delle sere settembrine e le temperature frizzanti delle mattine, rendono il pedalare una autentica libidine. Generalmente dopo le scorpacciate di chilometri percorsi durante le ferie, si ritorna a pedalare nelle strade nostrane e a riscoprire l’andare un pò più lento.

Cosa c’è di più bello di un giro in bici a settembre? E’ vero, siamo a fine estate e l’autunno è alle porte, ma i colori caldi delle sere settembrine e le temperature frizzanti delle mattine, rendono il pedalare una autentica libidine. Generalmente dopo le scorpacciate di chilometri percorsi durante le ferie, si ritorna a pedalare nelle strade nostrane e a riscoprire l’andare un pò più lento.

Ma è anche il periodo ideale per brevi viaggi in giornata o nel weekend. Viaggi dove si parte leggeri con al massimo un gilet e un paio di manicotti per affrontare le ore più fresche e si lascia il posto nelle borse per una buona macchina fotografica o un bel grappolo d’uva.

La premessa è d’obbligo per questo set di borse che definirei la giusta combinazione per un viaggio settembrino. Le borse mi sono state fornite da Roberto di Kicking Donkey e in questo periodo estivo ho avuto modo di provarle nei miei giri collinari.

Si tratta di un set borse bikepacking così composto da una Tank Bag, da una Gravel Seat Bag, da una Gravel Handle Bag e dalla classica Water Bag

Non starò qui a declinare tutte le caratteristiche tecniche, dimensioni, pesi, se sono antipioggia o meno. Per questo potete cliccare sui link che ho appena inserito.

Che caratteristiche devono avere delle buone borse da bikepacking?

  • facilità d’uso durante la pedalata
  • stabilità
  • robustezza
  • facilità di montaggio e smontaggio

Le borse sono state testate con una Focus Paralane taglia 51.

Gravel Seat Bag. Leggera e stabile, facile da montare e facile da utilizzare durante il viaggio. Lo strap principale che la tiene salda al tubo sella è grosso il giusto ed è sufficiente per stabilizzarla. Le stringhe laterali fanno il loro dovere nella stabilizzazione laterale. In viaggio non si avverte durante la pedalata e l’unica fettuccia di chiusura longitudinale, facilità l’apertura e la chiusura della sacca. Prezioso l’inserto di una protezione aggiuntiva sul fondo della borsa per proteggerla da eventuali sfregamenti con il copertone e dagli schizzi in caso di pioggia. Pregio principale: la leggerezza e la facilità d’uso.

Utilizzo: vestiario pesante, antipioggia e nel caso di viaggio più lungo è il posto ideale per metterci il cambio “casual” da utilizzare per la pizzata serale

Tank Bag. Prezioso borsellino, ben fatto, ideale per il mio telaio e per la mia postura. Stretto il giusto per non sfregare sull’interno delle mie ginocchia, capiente quanto basta per ospitare barrette, chiavi, telefono e altri piccoli oggetti. Il fondo è ottimo e non striscia il telaio, così come le stringhe sono posizionate nei punti giusti. Indispensabile!

Utilizzo: barrette, snack, porta chiavi, telefono e oggetti da prendere al volo

La Gravel Handle Bag è stata la rilevazione. Le mie precedenti esperienze con le borse da manubrio mi avevano sempre lasciato un certo amaro in bocca. Non amo particolarmente caricare l’anteriore e la difficoltà nel rendere stabili questo tipo di borse, mi ha sempre portato a trovare soluzioni alternative. La gravel handle bag di Kicking Donkey, non è la mia borsa da manubrio ideale, ma si comporta egregiamente e consente di portare con se un altro bel volume di bagaglio. E’ robusta, capiente e con un sacco di accorgimenti, come le retine laterali e la retina frontale, che permettono di ancorare esternamente alla borsa indumenti e oggetti di rapido utilizzo. Il sistema di fissaggio al manubrio e al tubo sterzo non è immediato e una volta montata, conviene lasciarla li dov’è. La cerniera è ottima e non mi ha mai dato problemi. Sulla mia bici è al limite di utilizzo, pena lo sfregamento con il copertone anteriore.

Utilizzo: vestiario come l’antivento, manicotti, guanti, cappellino. Cose da indossare e togliersi alla fine di una discesa o appena le temperature mattutine si fanno più calde.

La water bag non ci sta. Troppo grande per il mio tubo sterzo e per la compattezza della mia bici. Il ginocchio sfrega volentieri la borsa porta borraccia. Questo ovviamente non centra con l’ottima fattura della borsa porta acqua. L’ho apprezzata di più svuotandola dalla borraccia e usandola come porta “merende”. Diminuendone il volume, lasciava in pace il mio ginocchio.

Utilizzo: borraccia d’acqua, snack, o meglio ancora una macchina fotografica!

Un set di borse completo che potete acquistare affrontando una spesa attorno ai 200€ con un ottimo rapporto qualità/prezzo. Aggiungete il fatto di avere la garanzia di un marchio artigianale made in Italy. Roberto è sempre disponibile per consigliare il prodotto giusto e per personalizzare la borsa assecondando le volontà del ciclista.

Basterebbe questo per non cercare altro su amazon!

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grisorando

Dopo la Paris-Brest-Paris ho pensato ad un percorso personale che mi avrebbe portato ad allungare sempre di più il chilometraggio e il primo obiettivo nella personale lista era la TPBR nel 2020 e la TCR o la North Cape 4000 nel 2021 e poi…

Oggi porto nel mio blog Grisorando, ovvero Alessandro Grisotto.


Three Peaks Bike Race cap-4: basta questo per dirvi di che pasta sia fatto Alessandro.
E’ appena tornato da questa avventura estrema di ultracycling che prevedeva la partenza da Vienna e l’arrivo a Nizza passando per tre chek point di prestigio: GROSSGLOCKNER in Austria, COL DU SANETSCH in Svizzera e il Mount Ventoux in Francia, prima di tuffarsi verso il mare di Nizza. Un’avventura che secondo un itinerario automobilistico prevede circa 2000 chilometri per una montagna di dislivello.

Ciao Grisorando, benvenuto nel mio blog.

Parto subito con il pezzo forte: com’è stato l’arrivo a Nizza?
L’arrivo a Nizza al mattino è stato molto emozionante più che altro perché venivo da una notte dove avevo sofferto di allucinazioni in quanto avevo dormito solo due ore per terra davanti ad un a chiesa in un piccolo paesino di montagna.

Sfogliando il tuo profilo instagram, ho scoperto un tuo passato fixed e ciclocrossitico, quindi torniamo indietro di un bel pò e parlaci del tuo mondo ciclistico, di come sei arrivato alla bici e come intendi ora, l’andare in bicicletta.

Ho iniziato ad andare in bicicletta all’età di 10 anni , era il 23 marzo del 1977 quando mio padre mi regalò la mia prima bicicletta una Olmo blu metallizzato: da quel giorno non ho più smesso di pedalare. Mi sono appassionato alla bici grazie a mio zio che correva all’epoca ed è stato amore a prima vista .
All’età di 15 anni anni ho cominciato a gareggiare e da li ho continuato fino ai 26 anni praticando più che altro il cross d’inverno e qualche gara su strada in primavera ed estate, dopodiché ho frequentato il mondo delle granfondo su strada ma mi sono stancato presto (troppa competizione). Per puro divertimento sono passato alle scatto fisso per un paio d’anni ma senza alcun risultato di rilievo. L’unica volta che stavo andando bene sono caduto pesantemente facendomi molto male: ho preso paura e ho pensato di smettere .
Poi naturalmente, visto il mio passato nel cross, mi sono avvicinato al Gravel e credo di essere stato tra i primi. Ricordo i giri alla ricerca delle strade più bianche possibile e i primi ritrovi alla domenica in giro per l’italia (com’è cambiato tanto il mondo del gravel). Con il passare del tempo ho iniziato a fare percorsi sempre più lunghi fuori strada partecipando ad eventi gravel e trail sui 600 km. Pedalare per ore e ore mi risultava facile, quindi ho pensato di allungare sempre di più avvicinandomi alle randonnee.

Nel 2019 ho partecipato alla Parigi Brest Parigi e credo proprio che ci tornerò: ci ho lasciato il cuore su quelle strade!

Non ancora sazio, ho pensato: perché non fare una sorta di programma per allungare il chilometraggio degli eventi ? Ed ecco la three peaks di quest’anno e la TCR del prossimo anno (spero di essere sorteggiato).

TCR è l'acronimo della più famosa GARA di ultracycling del
mondo. Trans Continental Race. Nata dalla mente di Mike Hall,
la gara attraversa il continente europeo con percorsi che sono
variati durante il corso degli anni, ma che in generale
prevedono distanze attorno ai 4000km e un dislivello che si
aggira sui 35000m.

https://www.transcontinental.cc/


Attualmente la bicicletta per me è viaggio, è avventura e devo dire che sinceramente la competizione non fa più parte di me: è come se si fosse trasformata evoluta.
Pedalare molte ore da solo mi da un benessere incredibile, mi sento in una sorta di meditazione continua e non ne posso fare a meno.

Nel pedalare solo trovo la mia dimensione.

Da quest’anno fai parte dei Folletti Verdi, forse l’unica o sicuramente una delle pochissime squadre ciclistiche che si dedicano completamente alla sfera ultracycling. Com’è far parte di una squadra dove non si viene considerati dei “malati di mente” se ci si iscrive ad una ultracycling?
Come ho detto in precedenza non ho più l’anima race ma far parte di questo team trovo sia la giusta conseguenza di tutto quello che ho fatto in passato. Con Roberto De Osti ci siamo scritti spesso negli anni passati ed ora credo fosse il momento di portare un pò di esperienza ai giovani ragazzi forti e promettenti del team. Personalmente non partecipo a ultracycling vere e proprie come il resto del team(gare con cancelli orari e tempi molto stretti), dedicandomi a “ultra” più blande anche se di chilometraggio molto più lungo. Correre con i folletti mi identifica in una disciplina e non mi considero un invasato, anzi mi fa sentire legato ad un gruppo molto affiatato che condivide la passione per la lunga distanza.

Raccontaci com’è maturata l’idea della TPBR e come ti sei preparato, viste le difficoltà del lockdown.
Dopo la Paris-Brest-Paris ho pensato ad un percorso personale che mi avrebbe portato ad allungare sempre di più il chilometraggio e il primo obiettivo nella personale lista era la TPBR nel 2020 e la TCR o la North Cape 4000 nel 2021 e poi…
Durante il lockdown mi sono fatto un regalo acquistando un rullo interattivo. Mi sono divertito allenandomi su Zwift facendo sessioni da più di 100 km. Appena le maglie restrittive si sono allentate ho iniziato a fare qualche giro lungo sui 300-500 km nei week end e durante la settimana uscite brevi di 30/50 km. Sicuramente ho fatto meno km dello scorso anno e infatti alla TPBR ho pensato di partir con calma proprio per gestire la corsa al meglio e devo dire che è andata benissimo .

Parlaci un pò di questa “follia a pedali” (il mio amico Davide Stanic mi perdonerà se prendo in prestito la sua definizione della TCBR): difficoltà lungo il percorso, momenti di estasi e momenti di sconforto.
Devo dire che sono stato benissimo non ho avuto nessun problema fisico l’unica cosa che mi ha un pò preoccupato sono state le allucinazioni durante le ultime due notti, ma ho imparato a gestirle e a riconoscerle. I momenti più emozionanti e di estasi li ho avuti in cima alle montagne.

Sul Sempione mi ha inebriato il profumo delle erbe balsamiche, sul Col Du Sanetsch il panorama incantevole, sul Grossglokner ho visto i sorci verdi dalla fatica e sul Mount Ventoux ho pianto dall’emozione.

La cima del monte ventoso ha un valore speciale per un appassionato di ciclismo: è la storia del ciclismo .

Andando a ritroso nei tuoi vecchi post si scopre un’importante parte spirituale. Puoi parlarci di questo aspetto e di come si concilia con la tua sfera sportiva?
Questa è una cosa un po intima ma che naturalmente non si può nascondere ( visto i post che ogni tanto condivido ). Sono un devoto di Krishna da parecchi anni e devo dire che far coincidere gli impegni legati alla vita spirituale con la bicicletta alle volte è difficile ma possibile. Molto spesso quando pedalo recito i santi nomi del Signore e devo dire che questa pratica mi da spesso forza e concentrazione.

Vista la tua esperienza, come vedi e cosa ne pensi del movimento gravel? e di quello più agonistico delle ultracycling?
Credo che il movimento Gravel sia il futuro, vista l’esigenza di molti di scappare dalle strade affollate e pericolose, mentre il mondo delle “ultra” vere e proprie credo rimarrà un ambiente di nicchia a differenza delle TPBR o TCR in continuo aumento di partecipanti. L’idea del viaggio e del misurarsi con i propri limiti sta diventando un pò una moda, ovviamente non è per tutti, ma è giusto che tutti abbiamo la possibilità di provarci perché ognuno di noi ha dei sogni da realizzare.

Quest’anno gli unici eventi che sono ripartiti sono proprio quelli legati al mondo delle lunghe distanze. Come pensi sarà il prossimo anno? Ci sarà nuovamente un boom di eventi, oppure molti che hanno scoperto la modalità “viaggio” non torneranno ad affollare le griglie granfondistiche preferendo una bici alternativa?

Credo che le corse di lunga distanza continueranno ad esserci e avranno ancor più partecipanti. Le granfondo avranno sempre la loro fetta di appassionati dall’anima race. Molti si cimenteranno nei viaggi, che personalmente considero la normale evoluzione del ciclista: massima espressione dell’andare in bici .

Mi incuriosisce sempre chiedere a chi ha avuto esperienze di ciclismo estere, se hanno avvertito sostanziali differenze culturali tra il pedalare italiano e il resto del mondo.

Ah guarda certamente pedalare fuori dai confini italiani in primis ti fa sentire sicuro e rispettato ed è una gran cosa. Pedalare al di fuori dell italia è indescrivibile. Posso dire che siamo parte della strada: ci vedono tutti, non siamo invisibili ed è una gran cosa. Inoltre le persone che incontri e a cui chiedi informazioni o un’aiuto sono tutte molto altruiste educate e pronte ad aiutarti

Finisco con le domande di rito:
il più bel posto dove hai pedalto?

Le strade della toscana
un libro che consiglieresti
ciò che conta è la bicicletta di Robert Penn
un evento sportivo che consiglieresti a tutti i ciclisti amatoriali.
l’eorica

Grazie mille Griso!

Seguite il Griso sul suo account Instagram

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Cinzia in bici!

Cinzia in bici si racconta! Randonneur, ciclista appassionata, avvocato, blogger, insomma, di certo non ti annoi.
Sei una presenza fissa nelle randonnee italiane ed estere, membro della nazionale italiana randagi e come il sottoscritto, ti diletti nel raccontare le avventure a pedali nel tuo blog Cinziainbici.

Ciao Cinzia, benvenuta nel mio blog.
Randonneur, ciclista appassionata, avvocato, blogger, insomma, di certo non ti annoi.
Sei una presenza fissa nelle randonnee italiane ed estere, membro della nazionale italiana randagi e come il sottoscritto, ti diletti nel raccontare le avventure a pedali nel tuo blog Cinziainbici.

Come spesso accade si arriva alle lunghe distanze dopo aver passato anni sulle griglie delle granfondo. Anche te hai fatto questo percorso, abbracciando la bici in età adulta.
Raccontaci il tuo percorso ciclistico.

Io arrivo al ciclismo quasi per caso. Intorno all’anno 2000, un po’ perché volevo perdere peso un po’ perché avevo bisogno di alleggerire la testa dal lavoro, decido di acquistare una bici da corsa. Per un paio d’anno mi sono dilettata con piccoli giri intorno nei pressi di casa (mia oltre i 60/70 km). Poi, ho conosciuto alcuni ciclisti della zona che mi hanno convinta ad entrare a far parte di una squadra di amatori, il Team Iaccobike, e da lì il passo è stato brevissimo per cominciare a praticare le granfondo. in buona sostanza dal 2003 al 2010 ho partecipato a diverse granfondo, ho conquistato il Prestigio di Cicloturismo per cinque anni consecutivi.
Nel 2010 decido di smettere con le granfondo poiché non mi divertivo più, l’eccessivo agonismo, le uscite finalizzate unicamente a preparare le granfondo, insomma avevo voglia di altro, di pedalare in libertà. E così scopro le lunghe distanze facendo pedalate autogestite sulle strade del mio appennino che mi hanno portato alla scoperta e conoscenza di un territorio meraviglioso.
In questi anni, dal 2010 al 2014, scopro il mondo delle randonnee. Inizio ad informarmi per capire esattamente di cosa si tratti e rimango affascinata dai racconti di alcuni randonneur in cui mi imbatto sui social. Nel 2013 partecipo alla mia prima randonnee, la Randopadana 200 km di pianura da Reggio Emilia a Peschiera del Garda e ritorno. Proprio in quella occasione scambio alcune parole con un gruppo di randonneur modenesi e la mia curiosità e voglia di entrare in quel mondo si fanno ancora più pressanti. L’anno successivo partecipo nuovamente alla Randopadana e alla Ravorando di Bologna, continuo a misurarmi sulla distanza dei 200 km. Non mi sento ancora pronta per affrontare le notti in bici.
E arriviamo, così, al 2015 dove mi decido a fare il salto. Entro in contatto con il Facebike Team, squadra di Nonantola (Mo), ove sono iscritti diversi randonneur e, con loro, partecipo alla mia prima 400 km: la “Rando de bosc” di Gambettola (FC). Inutile dire che mi si apre un mondo davanti. Tanto che, al termine di quella randonnee, decido di partecipare anche ad una 600 km, “Il Randogiro dell’Emilia”, che si sarebbe tenuto dopo circa un mese. Dopo queste due esperienze capisco di essere ufficialmente entrata nel mondo dei randonneur e di volere continuare a misurarmi sulle lunghe distanze, magari provando anche un over mille…e, infatti, nel 2016 sarò al via della 1001 Miglia d’Italia!

Da randonneur convinta, cosa c’è in più in questa “specialità” che fa innamorare chi vi partecipa?

Penso che vi sia, sostanzialmente, un modo di pedalare più umano, che non è il procedere a “testa bassa” che avevo conosciuto nelle granfondo. Un pedalare che lascia spazio alla scoperta dei luoghi, alla conoscenza delle persone, dove nascono delle grandi amicizie, dove la condivisione delle difficoltà fa sì che trovi sempre qualcuno disposto a darti una mano. “Si parte insieme e si arriva insieme” questo è il motto che ha ispirato il mio pedalare le randonnee e gli amici con cui ho pedalato in questi anni.

Sei una magica presenza femminile all’interno di un mondo che è ancora molto, troppo maschile.
Come si vive una passione sempre in minoranza?

Devo dire che io ho sempre pedalato bene e mi son sempre trovata bene in questo mondo. Non mi è mai capitato di sentirmi sminuita in quanto donna. Al contrario ho riscontrato l’interesse a far crescere la presenza femminile nel movimento delle randonnee. In questi ultimi anni la partecipazione femminile è aumentata, peraltro con presenze di cicliste davvero forti che non hanno il minimo timore a misurarsi su prove di notevole impegno: dalle distanze over mille alle Super Randonnee. Basta scorrere le classifiche del campionato italiano randonnee degli ultimi anni per vedere l’aumento di partecipazione sia in termini numerici che in termini di prove particolarmente impegnative. La governance di ARI ha lavorato bene anche su questo versante, rendendo fattivamente il mondo delle randonnee aperto ed inclusivo.
Poi, come in molti settori dello sport e non solo, c’è ancora molta strada da fare ma quella imboccata è la strada giusta.

La fotografia ha un ruolo importante nelle tue uscite, dove la fotocamera compatta non manca mai nelle tue tasche. Cosa vuol dire per te fermarsi e fotografare un momento? Cosa ti fa mettere il piede a terra per una sosta fotografica?

Fotografare ha significati molteplici per me. E’ un tenere memoria dei luoghi e delle persone, fermare un momento particolare, imprimere una emozione in una immagine. In ogni fotografia che scatto c’è un piccolo racconto. Le fotografie mi aiutano a costruire i racconti delle mie avventure a pedali.
Il piede a terra me lo fa mettere una particolare architettura, un insieme di colori che rendono un paesaggio unico in quel momento, l’espressione di un volto, un fiore o un animale. In buona sostanza è la bellezza che mi fa mettere il piede a terra e con la mia fotocamera provo a fermarla e portarla a casa con me.

Oltre alla passione della bici, come già detto in precedenza, hai un bellissimo blog che coltivi da molti anni. Cosa ti ha spinto ad aprirlo e cosa ti spinge a mantenerlo vivo.

Ho aperto il blog nel 2016, all’indomani del Randogiro dell’Emilia quando conclusi la serie di brevetti necessari per entrare a far parte della nazionale randonneur. Sentivo il bisogno di comunicare quel momento, forse soprattutto a me stessa, e quel traguardo che mai avrei immaginato di raggiungere. Scrivere è sempre stata una mia passione, ho taccuini pieni di appunti e pensieri in libertà. Attraverso il blog ho voluto provare a dar voce alle emozioni che mi suscitano il pedalare e il camminare, a raccontare gli incontri, le strade e i luoghi. Credo di averlo aperto, inizialmente, per me, quasi fosse una sorta di diario. Poi, visto che questo modo, un po’ particolare, di raccontare la bici piaceva ho continuato e continuo tutt’ora. Sinché avrò cose da raccontare continuerò a mantenerlo vivo.

Tornando al ciclismo pedalato. Parlaci della tua Paris brest Paris. Emozioni, fatiche, gioie e dolori lungo quei 1200km che scrivono la storia di ogni randonneur che vi partecipa.

La mia PBP è stata il traguardo più bello che ho raggiunto da ché partecipo alle randonnee, forse perché è stata la più sofferta e tribolata. Infatti, causa una serie di imprevisti insorti nel mese precedente, sono stata incerta sino all’ultimo se confermare la mia partecipazione.
Quando sono arrivata a Parigi, anzi Rambouillet (luogo della partenza), ho capito che si trattava di un qualche cosa completamente diverso da tutte le randonnee cui avevo partecipato. Migliaia di ciclisti provenienti da tutto il mondo, i tipi più disparatati di biciclette, un’atmosfera di festa, il sorriso stampato sul volto di tutti quelli che incontravo e non aveva importanza se non ci capivamo: eravamo tutti lì per coronare un sogno!
Due cose mi son rimaste nel cuore: l’accoglienza della gente di Bretagna e la bellezza della nazionale italiana…quelle inconfondibili maglie tricolori che si notavano ovunque e sempre festeggiate al passaggio in ogni paese.
La fatica è stata tanta, soprattutto per il tipo di percorso, nervoso, un continuo vallonato spacca gambe e ginocchia. Io li soffro moltissimo questi percorsi, tanto che gli ultimi 400 km avevo le ginocchia che urlavano dal dolore! Essendo questa la mia prima partecipazione, avevo anche una certa ansia, la paura di non arrivare in tempo ai punti di controllo (in realtà son sempre arrivata in anticipo) e il timore di non riuscire a terminarla entro le 90 ore. Questo ha fatto sì che abbia dormito pochissimo. In realtà il tempo per dormire c’era, comunque tutta esperienza, se tornerò a partecipare nel 2023 saprò regolarmi meglio.
Arrivare sulle rive dell’oceano in bici, a Brest, è stata una emozione fortissima: la stanchezza dei 600 km pedalati è svanita in un attimo, ed ho ritrovato la carica per affrontare il viaggio di ritorno.
Infine l’arrivo a Rambouillet, una gioia ed una commozione indescrivibile: avevo realizzato il mio sogno! E, poi, mio marito che mi aspettava e mi incitava sotto lo striscione del traguardo, le foto con i miei compagni di viaggio (eravamo così stanchi e suonati che negli 50 km ci siamo persi di vista e siamo arrivati ognuno per conto suo a Rambouillet…), i messaggi di complimenti che arrivavano dai miei amici dall’Italia e, infine, l’immancabile boccale di birra a suggellare il traguardo raggiunto! Nel 2023 vorrò essere nuovamente alla partenza della PBP.

Cosa diresti ad una ragazza che inizia a pedalare per caso e che si scopre innamorata della bici? Le consiglieresti subito nelle lunghe distanze?

Le direi di non emulare nessuno ma di cercare la sua strada, il modo di pedalare che più la fa stare meglio, quello che la fa divertire. E, sì le parlerei delle lunghe distanze e le direi di provare, naturalmente dopo avere messo un po’ di km nelle gambe e, soprattutto, nella testa. Perché nelle lunghe distanze la tenuta mentale è fondamentale.

Covid19 ha fatto saltare il banco e con lui, il calendario nazionale dei randagi che sta subendo continui annullamenti con la speranza che gli eventi di fine stagione possano svolgersi regolarmente. Com’è vivere quest’estate senza appuntamenti ciclistici? Per un randagio poco ci vuole a trasformarsi in un viaggiatore in sella alla bici. Hai già fatto qualche viaggio o ne hai in programma qualcuno di particolarmente sfizioso?

A gennaio avevo pressoché messo a punto il mio programma 2020, si trattava di 5/6 randonnee e un paio di idee su qualche passo che non avevo mai scalato. Ovviamente il Covid19 ha reso impossibile tutto ciò. Durante il lockdown ho provato a pensare a come riprogrammare la mia attività ciclistica e lo spunto mi è arrivato dalle letture cui mi sono dedicata. Ho rispolverato la “Divina Commedia”, ed è nata l’idea di andare a Firenze in bici. Parlandone con alcuni amici abbiamo dato vita ad piccolo cicloviaggio di due giorni tra Emilia e Toscana. Per me era la prima volta e devo dire che mi è piaciuto molto questo pedalare senza pensieri, senza la preoccupazione di arrivare al punto di controllo entro l’orario prestabilito, la possibilità di fermarsi quando e dove vuoi e, magari, anche cambiare strada.
Visto che la cosa ci è piaciuta a ferragosto partiremo nuovamente per una quattro giorni in bici nel centro Italia, tra Toscana, Umbria, Marche ed Emilia Romagna (Visto che l’intervista la sto pubblicando con un pò di ritardo, vi lascio il link di questa ultima avventura di Cinzia – vai al racconto!
Devo dire che è un modo di pedalare che mi è molto congeniale, penso che alle randonnee affiancherò anche qualche cicloviaggio d’ora in poi.

Il mondo della bici è in continua evoluzione, ma forse oggi come mai prima d’ora, l’evoluzione corre molto veloce. Da un lato l’avvento delle bici elettriche, dall’altro di modelli come le gravel, che spingono all’avventura anche chi era rimasto fedele ad uno spirito più agonistico. Cosa pensi di questo momento ciclistico? Riusciremo ad avere una cultura ciclistica degna?

Sicuramente questo è un momento in cui un numero sempre maggiore di persone si avvicinano alla bici. La e-bike, in tal senso, è un mezzo straordinario perché sta convertendo alla mobilità dolce e avvicinando allo sport tante persone. Molti ciclisti puristi considerano la e-bike come una sorta di demonio e, a mio parere, sbagliano, perché più e-bike corrispondono a meno auto in circolazione e questo non può che essere in bene. Così come la diffusione delle gravel contribuisce alla conoscenza ed alla scoperta del territorio, un mix di strada e fuoristrada che ti consente di scoprire percorsi a contatto con la natura e fuori dal traffico.
Io queste novità le vedo con estremo favore, soprattutto se contribuiscono ad avvicinare sempre più persone alla bici. Poi, certo, la cultura ciclistica, ma non solo, in generale quella sportiva e della mobilità alternativa, del nostro paese deve essere ancora in larga parte costruita. Però io sono ottimista, di segnali positivi se ne intravedono. Ci sono diverse associazioni che lavorano in questo campo, tra cui ARI, Audax Randonneur Italia, che opera fattivamente entro AMODO – Alleanza per la Mobilità Dolce, oppure con il progetto delle Riciclovie, la rete delle strade secondarie che possono avere una vocazione per il cicloturismo. Insomma si sta seminando, i frutti li vedremo tra qualche anno. Poi occorrerebbero scelte coraggiose a livello politico…

Torniamo ai sentimenti prima delle tre domande finali. Una domanda semplice da scrivere che potrebbe aprire infinite pagine di racconti: cos’è per te le bici?

Ti rispondo in maniera semplicissima: la bici mi fa sorridere sempre e comunque, è il migliore antidoto contro la tristezza e l’amarezza. Poi è anche tanto altro, ma principalmente è questo. Come dice Nicola, un amico ciclista della mia zona: “dopo un giro in bici la vita ti sorride”. Ecco, per me la bici è questo: ridere e sorridere.

Non posso salutarti prima delle rituali tre domande finali:


il posto più bello dove hai pedalato?
Ce ne sono tanti di posti belli dove ho pedalato…il primo che viene in mente, e per questo forse è il più bello, è il Passo Giau.


un libro che consigli, può essere ciclistico o no
Solo uno è poco, considerato che sono una divoratrice di libri. Comunque, anche qui il primo che mi viene in mente: “Velopensieri” – Ediciclo Edizioni, di Francesco Ricci, scrittore e ciclista modenese. E’ anche grazie a questo libro che ho iniziato a pedalare sulle lunghe distanze.


l’evento sportivo-randagio che val la pena di essere vissuto almeno una volta nella vita.
Questa è una domanda facile: la Parigi Brest Parigi.

Grazie!

Qui sotto tutti i riferimenti per seguire Cinzia online!

Riferimenti blog: https://www.cinziainbici.it/
Riferimenti social: Facebook Cinzia Vecchi; Instagram cinziainbici; twitter @cinziainbici; YouTube Cinzia Vecchi (anche se, al momento, c’è pochissimo materiale).

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Il grappa di notte

per mettersi alla prova, cambiare prospettiva e orizzonti, si decide di scalare il grappa di notte. Con il passare dell’età anche lo spirito più agonista si affievolisce e così, a differenza degli anni scorsi dove mi ritrovavo solo, riesco a coinvolgere tre amici con i quali avventurarsi lungo la salita del monte sacro.

Cambiare ottica

Cambiare strade

Lo zoom è una navicella spaziale che ti avvicina o ti allontana dalla realtà. Certo è comodo e ti permette, standotene fermo impalato come un cavalletto, di avvicinarti al soggetto senza consumare energie. Per certi versi è ottimo e non potrebbero rinunciarvi gli sportivi o i naturalisti.

In egual misura il giro dei Colli Euganei è diventato la comodità, quello che mi viene bene senza sprecare troppe energie. Il giro confortevole che anche con il cervello spento riesco a portare a casa. Da un lato o dall’altro, con qualche variante, di mattina o di sera, poco importa.

Come scrivono e dicono quelli che ne sanno, se si vuol veramente imparare, bisogna togliere e scattare con un’ottica fissa. 

Non che lo zoom voglia dire pluralità, apertura, progressismo, mentre una lente fissa sia sinonimo di chiusura, monotonia: è solo un modo diverso di spostarsi nello spazio, di ricercare il frame giusto e la giusta distanza dalle cose.

Allora per mettersi alla prova, cambiare prospettiva e orizzonti, si decide di scalare il grappa di notte. Con il passare dell’età anche lo spirito più agonista si affievolisce e così, a differenza degli anni scorsi dove mi ritrovavo solo, riesco a coinvolgere tre amici con i quali avventurarsi lungo la salita del monte sacro.

La mano sinistra che va in cerca della ghiera dello zoom si trova spaesata e sola, quasi inutile in questa nuova ottica. Il cervello ci mette qualche frazione di secondo a capire il cambiamento comandando alle gambe di fare quei passi in più che prima si traducevano in un giro di ghiera.

Andiamo sul Grappa, andiamo a fare il Grappa, n’demo sul Grappa, femo el grappa.

Tanti modi per dirlo, come tante sono le salite che arrivano al monumento ai caduti della grande guerra. Si decide di affrontarlo per la classicissima Cadorna con i suoi venticinque chilometri per più di 1500 metri di dislivello. E’ come fare lo Stelvio da Bormio e poco meno che da Prato. Non è la più impegnativa, ma per un ciclista collinare rimane sempre una bella soddisfazione scalarla.

Sono il più scarso del gruppo e ovviamente il più carico, visto che per l’occasione ho montato la borsa da manubrio con dentro la macchina fotografica con l’obiettivo nuovo per cercare di riprendere l’impresa.

Avrò un angolo di visuale fisso

Mi distanziano subito e di certo non mi danno l’animo per stargli a ruota. La salita sarà lunghissima e non voglio rinunciare alle soste per una buona foto.

Ho sbagliato però.

Il sole tramonta nell’altro versante: qui sono in ombra.

La foschia serale mista a smog della pianura oberata non offrono colori degni di impressionare il sensore e così pedalo in su a ritmo lento e costante.

L’oscurità arriva veloce, alzo lo sguardo e fortunatamente il cielo si apre quel tanto per catturare nuvole illuminate dal sole cadente.

Buio pesto, luna piccola che illumina.

Traffico intenso per una strada che sale e che non porta ad altri paesi, ma scopro che l’offerta ristoratrice è ampia e variegata e a quanto pare molto gettonata.

Buio e solitudine.

La mente corre veloce ai versanti dello Stelvio di due anni fa, durante la mia resa.

Allora buio pesto, torrente assordante e un amico che mi incoraggiava a continuare.

Mi passa per la mente un “chi te lo fa fare”, qualche timore sulla riuscita, sul senso. Mi fermo accendo la luce posteriore, la frontale, la musica e riparto con il sorriso.

Non mi fermerà nessuno. Questa salita notturna la porterò a termine senza se e senza ma.

Mi godo la pedalata senza alcun riferimento, non so la quota, non so i chilometri, conosco solo i pochi metri illuminati dalle mie luci con un’unica prospettiva: arrivare in cima.

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TCc – ritorno al futuro

Con piacere, vi invito ad una nuova sezione del blog, all’interno della quale sto raccogliendo il materiale prodotto durante le tre stagioni di The Cycling Corner.

Con piacere, vi invito ad una nuova sezione del blog, all’interno della quale sto raccogliendo il materiale prodotto durante le tre stagioni di The Cycling Corner.

Man mano troverete le vecchie puntate del PODCAST che andranno a popolare il nuovo canale aperto su Anchor e nella sezione FOCUS troverete approfondimenti e recensioni vecchie e nuove.

Per iniziare vi lascio ad un aggiornamento della comparativa delle geometrie dei telai gravel/endurance

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Polvere, zanzare e allegria

Impolveratissimo, contento di questa nuova avventura, ci salutiamo, ci spolveriamo, ci cambiamo e torniamo a casa non prima di fermarci al “baracchin onto”per una piada e una coca!

Le ultime mie gravellate risalgono alla notte dei tempi. Non ricordo più l’ultima uscita con le ruote grassocce, dove oltre al sottoscritto, fossero presenti altri ciclisti. Aggiungiamo che l’anno bisesto continua a manifestarsi nelle forme più strane, e proprio una richiesta di partecipare ad una pedalata gravel, per di più in notturna, dal ciclista più stradaiol ortodosso delle tre Venezie, ha fatto si che mi rimettessi tutto in pendant con il ghiaino, più per il gusto di vederlo fuori dal suo contesto che per la voglia di pedalare lungo argini.

Fatto sta che di biciclette non se ne trovano più, e manco di copertoni, tanto più dei semplici 33″ che soli 4 anni fa erano considerati già oversize, ma ora, come la moda impone, sono relegati solo allo standard ciclocrossistico e perciò introvabili. Mi rassegno e monto i miei vecchi Kenda con i quali ho girato e tracciato su e giù per il Veneto. Li monto e mi rendo conto dei rischi che correrò.

Saranno 100 chilometri, organizzati dal gruppo “La bassa gravel“. Distanza abbordabile di questi tempi, con partenza in serata da Cerea nella bassa veronese, per poi dirigersi verso il grande fiume, sconfinare nel mantovano e risalire controcorrente.

Mi trovo arrugginito nella preparazione ma cento chilometri si percorrono senza tanti orpelli. E’ comunque un buon motivo per provare la TankBag di KickingDonkey e vedere se finalmente ho trovato una borsa porta oggetti che non mi grattugia le ginocchia. Si perchè non sopporto gli sfregamenti e nonostante non sia nato in bici, un certo stile di pedalata deve essere rispettato. Ginocchia strette, tallone che scende ma non troppo, spalle rilassate che non ondeggiano, mani appoggiate, schiena dritta…

Partiamo con il gruppo dei “forti” e l’andatura è più stradaiola che da gravel post lavoro. Non mi lamento e mi adeguo. Ogni tre per due lancio un’occhiata ai miei Kenda e ad ogni avvallamento, sasso, buca, cerco di capire il loro comportamento da copertoni ormai in pensione. Si pedala costanti, allegri, prima su asfalto, poi sterrato battuto polveroso, con sassi disordinati, che mietono vittime. Poi single track a caccia di nutrie lungo il vecchio tratto della Treviso Ostiglia non ancora rivalutato, e di nuovo sterrato scompigliato. L’andatura è degna di nota e i tratti più dissestati mettono a dura prova le capacità di guida e la fede cristiana. Non ci saranno salite, ma come in una classicissima del nord, i rilanci e i tratti più sconnessi, fanno più male di uno strappo al 15%.

La selezione avviene dal fondo…

Non ho molto tempo per fotografare, e mi avventuro in mosse acrobatiche per scattare qualche foto mentre pedalo sullo sterrato a velocità sostenuta. E’ già un successo non cadere. Metto lo scatto a raffica con la speranza che qualche shot riesca, spengo tutto, apro la zip della maglia, infilo la macchina e via a recuperare la coda del gruppetto.

Certo potrei staccarmi e proseguire con il mio passo da ciclista amatorial fotografo, ma non stasera. Stasera si sta li a respirare la polvere alzata dagli altri, a imprecare per una buca non segnalata, a cercar di veder più avanti per anticipare le sconnessioni del terreno, e a far girare un pò ste gambe!

Sbroom, sbroom, sbroom…..BANG!

Copertone anteriore stallonato e camera d’aria esplosa in una deflagrazione pirotecnica. Mi fermo, volgo lo sguardo a destra e c’è un capitello votivo. Mi trattengo, sarà un segnale divino. Cambio a ritmo ferrari, con nuvole di zanzare che mi crivellano implacabili.

Ma aspetta, io lo conosco questo posto. E’ l’ostello dei Concari!

E’ uno degli ostelli più amati dai ciclisti che sorge a ridosso della Conca del Bertazzolo sulle sponde del Mincio, poco prima che si getti nel Pò. Intuisco che il ristoro di metà percorso sia proprio all’ostello e così è. Abbondanti piatti di ottimo riso alla pilota ci riempiono di carboidrati per affrontare i cinquanta che restano. L’ostello l’ho conosciuto partecipando alla MAMOREMA, e mentre lo penso, si manifesta proprio lui: Giona, l’organizzatore della gravel mantovana. Ci salutiamo, ognuno stupito di vedersi li.

Si riparte con la giusta andatura postprandiale, finché la mia ruota posteriore inizia a comportarsi come se fossi su una mtb-full. Molleggio e i segnali sono inequivocabili. Seconda foratura! Mi fermo con i miei due compagni d’avventura. L’organizzatore mi presta una camera e lo congediamo dall’attesa della sostituzione. Rimontiamo e ovviamente ora la pausa postprandiale è terminata in favore di un rientro in gruppo a mo di tappa decisiva di un grande giro, ma senza ammiraglie. Ettore davanti, Mazz dietro e io a chiudere con la traccia GPS sul Garmin. Sembro il comandante sulla tolda della nave: SINISTRA! VAI DRITTOOO…DESTRA DESTRAAAA…ma se non mi sbrigo rimando al vento e non rientro più! (mi concederete il sinistra al posto del manca e il destra al posto del dritta..)

Luci rosse nella notte buia indicano la coda del gruppo. Secondo rientro avvenuto.

Spersi nella bassa campagna veronese, il gruppo tace e prosegue costante su larghe strade di campagna dove non ci si può distrarre, pena foratura o caduta: scegliete voi quale.

Ormai mancano circa quindici chilometri alla conclusione e mi sembra di ricordare il sano piacere di soffrire oltre una certa distanza, cosicché metto le mani basse e pedalo centellinando una costante potenza sui pedali. Sfilo sulla sinistra il gruppo e prendo qualche decina di metri di vantaggio. Per un pò solo, al buio.

Mi riprendono. Davanti c’è Ettore e temo la sua azione. Ci conosciamo da troppo tempo per non sapere che accelererà cercando di staccarmi. Mi accodo, tengo le ruote con l’andatura che aumenta sempre più. Spingo in questo sterrato antipatico ai miei 33″ con le energie che mi rimangono, finché cedo pian piano aspettando un gruppetto alla mia altezza.

Cerea: finish.

Impolveratissimo, contento di questa nuova avventura, ci salutiamo, ci spolveriamo, ci cambiamo e torniamo a casa non prima di fermarci al “baracchin onto” per una piada e una coca!

Per foto ad alta risoluzione andate qui!

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Mamma…senza mani!

Diciamocelo, la bici a volte sarebbe proprio da buttar giù per l’argine!

Diciamocelo, la bici a volte sarebbe proprio da buttar giù per l’argine!

Oggi era così pesante, lenta scomoda che non ne voleva proprio sapere di andare avanti.

Era ancora pensierosa, un filo stanca, allo stesso tempo alleggerita ma ancora vuota di energie. Se n’era stata quasi tutta la settimana da sola in garage, occupata in altre faccende con una scadenza importante da rispettare nel fine settimana.

Sono stato insegnante di materie ciclistiche, o per meglio dire, ciclo turistiche amatorial sportive, all’interno di un webinar organizzato dalla società leader in Italia per la gestione degli eventi sportivi.

Un onore, ma anche un onere. 

Non ho mille mila chilometri alle spalle e bandierine piantate nei vari paesi del mondo, per permettermi il lusso di gestire il tutto attraverso il racconto di aneddoti. Certo con The Cycling Corner ho imparato un pò a parlare in pubblico, ma dovrò toccare argomenti ormai impolverati e una sola chiacchierata con gli iscritti sui vari aspetti di cartografia e di attrezzatura dedicata ad un cicloviaggiatore sportivo alle prime armi non sarà sufficiente per uscirne vincitore. Dovrò dare informazioni utili, che valgano almeno il costo di iscrizione a questo webinar. Informazioni magari nuove che non siano facilmente reperibili in rete.

Prima lezione su cartografia, GPS e realizzazione di tracce. Un’ora in tutto per parlare di argomenti che ricoprono anni di studi universitari è una sfida bella e buona, ma parto con il piede giusto, e dopo la figata della Tavola Peutingeriana, svolo via liscio sugli argomenti restanti andando persino lungo con i tempi.

Ripartire è anche questo, rimboccarsi le maniche e provare a fare il meglio.

Dopo la prima lezione un tremendo mal di testa mi tiene compagnia fino al giorno successivo, ma sento che il valico l’ho quasi passato, visto che l’argomento della seconda lezione è più pratico e in qualche modo mi sento più a mio agio.

Seconda lezione sull’attrezzatura per partire. Bici, borse bikepacking, rimorchi per bambini. Qui vado con il rapportone, mettendo in bella mostra un lavoro che avevo fatto per TCC sul confronto delle geometrie delle varie bici, e poi via in volata sulle borse per bikepacking che l’amico Roberto di Kickingdonkey mi ha fatto avere, vincendo a mani alzate con i consigli sulla scelta del rimorchio e sulle modalità di viaggio con prole.

Finita la seconda lezione sono cotto, peggio di un’uscita in gruppo a tutta.

E’ stranissimo e faticoso parlare ad una platea senza volto, senza voce.

Riscontri positivi, sembra proprio che sia riuscito a passare l’esame anche questa volta, ma la fatica è stata tanta e la sento nelle pedivelle che non girano. 

Sbuffo, ho già caldo, provo una prima salita ma a metà mi giro mandando a quel paese anche le strade all’insù. Ritrovo la ciclabile, vento contro. Non è giornata per il vento contro. Sono a disagio e i chilometri percorsi sono ridicoli, ma mi sento in sella da una settimana filata. Scelgo una salita che non faccio spesso, ma che mi consente di svalicare verso casa. Arrivo in cima pedalando il più agile dei rapporti, fregandomene del tempo di salita e poi via, verso casa.

Oggi è giornata da “senza mani”.

Poco più di trenta chilometri ad un’andatura più che rilassata. Questo il bottino della giornata.

Poi sfoglio un pò instagram e le domande sorgono spontanee. La moda del momento (forse lo è da molto) è sempre quella del cielolunghismo, pubblicando il report del giro. Sotto le tre centinaia sei una schiappa. Sotto il Monte Bianco di dislivello, datti all’ippica. Ma come fanno? Io sono uscito dalla quarantena sfatto; an si i rulli! Ma quando avevo i rulli, dopo un’ora ero cotto e solo il pensiero di preparare un trecento chilometri sui rulli mi fa ammalare gravemente. In realtà penso sia un’enorme invidia. L’idea che la vita altrui sia sempre meglio. Inspiro, espiro: la mia vita è una figata così, ma…vi prego, ditemi che non sono solo, che anche voi uscite con le gambe che fanno male e che sopra i cinquanta chilometri vi sentite una leggenda!

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ALEX LUISE – photo & BIKE

Seconda intervista della serie GeoBracc Interviews. Oggi farò qualche domanda ad un mio conterraneo e oltre alla vicinanza geografica ci uniscono due passioni: il ciclismo e la fotografia. La prima non la pratichiamo seriamente nè io, nè lui, ma nella fotografia, lui è il professionista, io l’amatore della domenica! Allora diamo il benvenuto ad ALEX LUISE.

Seconda intervista della serie GeoBracc Interviews. Oggi farò qualche domanda ad un mio conterraneo e oltre alla vicinanza geografica ci uniscono due passioni: il ciclismo e la fotografia. La prima non la pratichiamo seriamente nè io, nè lui, ma nella fotografia, lui è il professionista, io l’amatore della domenica! Allora diamo il benvenuto ad ALEX LUISE.

Come prima domanda obbligatoria ti chiedo una breve presentazione

Ciao a tutti. Sono Alex Luise, e sono un Fotografo Professionista. Abito in provincia di Padova, vicino alla città murata di Montagnana. Amo la vita all’aria aperta e la bicicletta.

Com’è nata la tua passione per la fotografia e in particolare per la fotografia sportiva.

Bella domanda, sono sempre stato uno sportivo ed amante degli sport. Da giovane giocavo ad Hockey su prato e a pallamano nella squadra dell’ITIS di Este. Mi piacciono lo snowboard, il surf, e ho un grande amore per le due ruote come Bmx e Mtb. La mia prima bike seria è stata una Kona come molti appassionati, presa da Nico Spider (noto negozio di bici della bassa padovana), che è sempre stato un precursore delle mode. Ho iniziato a fotografare dopo con un corso di fotografia, tenuto dal bravo Paolo Gabaldo: fotografo matrimonialista con grande esperienza. Di quelli veri che scattava, con tre Hasselblad al collo, zero esposimetro interno, tutto manuale e pellicola. Lì non puoi improvvisare. Fotografi con certa esperienza non ci sono più. Grazie a lui mi sono avvicinato alle foto, con una Yashica FX3 2000 Super, tutta manuale! Scattando in pellicola e diapositiva, quante foto bruciate, sbagliate, sovraesposte. Poi ho iniziato a fotografare gli amici in bici d’estate e snowboard d’inverno. Quante scansioni e soldi spesi in Provia, Sensia e Velvia (famose pellicole Fujifilm). Ma è stata una gran scuola con il senno di poi. Il passo da amatore a professionista è avvenuto pian piano. All’inizio ero sprovvisto di P. IVA e quando sono arrivate le prime richieste serie da parte di qualche azienda, per fare dei lavori me la cavavo con la ritenuta d’acconto ma non è la stessa cosa rischiando di rimanere sempre uno a metà. Lavoravo nel settore della moda per un’azienda del lusso, e da li ho deciso di mollare tutto e fare il salto, lasciando certezze, uno stipendio sicuro e benefit. Perché? Perché non mi va di essere odiato dai colleghi quelli veri. Credo che il piede in due scarpe non sia etico e crei solo danno ai veri professionisti che investono tempo e risorse nella loro vera ed unica attività. Lavorare a “tempo perso”, rovinerebbe solo il mercato danneggiandolo, sminuendo la professione e soprattutto ci si rende meno credibili agli occhi delle aziende che ti cercano.

Così son partito…

Ph Alan Beggin

Cosa vuol dire essere fotografo oggi? In particolare fotografo sportivo e di sportivi.

Essere fotografo, aggiungo Professionista fulltime è una giungla nel 2020. Dopo questo Covid-19, le cose si sono fatte ancora più serie ed impegnative, già lo erano prima tra pressione fiscale, burocrazia, investimenti e sacrifici, senza contare la concorrenza sleale e sottocosto. Quando si è un professionista, a differenza di come potrebbe sembrare, si scatta poco o non quanto si vorrebbe. La maggior parte del tempo va in rapporto con i clienti, organizzazione lavori, editing, contabilità, trasferte ecc.ecc. Quindi la parte di “schiaccio il bottone” è l’ultima…purtroppo.

Essere un professionista comporta grandi responsabilità per scadenze e consegne ed ovviamente deve soddisfare le esigenze del committente e spesso si lavora non per creatività propria ma in base a linee guida ben definite dal marketing. Bisogna essere sempre al massimo perché non esistono a mio avviso, committenti di sera A e B. Un cliente deluso è un cliente perso e spesso il lavori arrivano per passaparola. Quindi è facile “bruciarsi”! Inoltre, molto spesso i clienti te li contendi con chi fa questo “lavoro” come hobby, come secondo o terzo lavoro. Però il rovescio della medaglia c’è. Grandi soddisfazioni nel fare qualcosa di tuo al 101% per te e la tua famiglia. Lavorare 15 ore al giorno, zero ferie, lavorare sette giorni su sette per un obbiettivo e portarlo a termine. Credo che ci voglia solo tanta passione e sacrificio. Applicare tutto questo alla sport che ti piace è bello, perché lavori con Atleti veri, gente che come te è del settore e fa sacrifici. Distanti da casa e dagli affetti per il loro lavoro, ma tutti appassionati. Lavorare con gente appassionata rende tutto più facile, non si lamentano perché si rema tutti verso la stessa direzione. Si creano forti rapporti di stima e fiducia, sia con le persone che con le aziende. E’ tutto molto gratificante e non parlo di soldi ma di puro rapporto lavorativo. Una cosa in cui credo fermamente è che “non si è mai arrivati” perché la fotografia è in evoluzione giorno per giorno.

Un esempio, con i colleghi professionisti che lavorano in Coppa del Mondo c’è sempre rispetto e aiuto reciproco, si scambia una bottiglia di vino, si fa una battuta, credo perché si è tutti sulla stessa barca.

Ph Augusto Caire

Sei particolarmente legato al mondo mtb gravity e hai fotografato grandi atleti. Ci puoi raccontare un aneddoto, un ricordo che ti sta particolarmente a cuore relativo ad un evento o personaggio particolare?

Aneddoti tanti in questi anni, non saprei uno più bello o meno. La cosa che mi ha sempre colpito sono i Campioni. Ho avuto la fortuna di lavorare e conoscerne alcuni e sono tutti modesti e low profile, certe volte imbarazzanti per come sono alla mano e zero “vip”, bellissimo!

Sei comunque in mezzo al mondo che pedala. Come pensi ne uscirà da questo periodo che bene o male ha cambiato radicalmente, le abitudini di tutti noi?

Si, sono pure io prima di tutto un ciclista anzi “cicloamatore”, i “Pro” fanno un altro sport! Secondo me ne usciremo bene per quanto riguarda la vita outdoor. Queste settimane vedo molta gente andare per sentieri, sterrati e boschi. Prima non trovavi mai nessuno, erano tutti al centro commerciale a guardare la vetrina dei telefonini, per comperare l’ultimo smartphone? Quindi ben venga più gente all’aria aperta, con educazione e rispetto ovviamente ma è un bene per loro e per tutte quelle zone abbandonate da anni che meriterebbero di essere riscoperte e valorizzate. Ormai l’offerta di biciclette e prodotti è molto ampia, pure troppo. Manca l’educazione di dove andare, cosa fare e cosa non fare! Per esempio si vede ancora molta gente senza casco! Ecco forse più cultura della bicicletta sarebbe buona cosa! Recentemente ho realizzato un video in stop motion, avevo del tempo durante la quarantena e come messaggio finale c’è un “La bici ci salverà”, perché senza cercare molto abbiamo già sotto il sedere quello che fa bene al fisico, alla mente ed alla natura.

Ph Augusto Caire

Parlando di Gravel. Viaggiando avrai visto approcci diversi a questo modo evasivo di andare in bici. Negli States ha un aspetto ludico/agonistico, forse anche in UK, mentre qui in Italia si sono subito eretti paladini e difensori della purezza incontaminata del gravel made in Italy che aborra qualsiasi aspetto agonistico. In questo periodo forzatamente non competitivo, il gravel potrebbe avere la spinta decisiva per guadagnarsi le simpatie di molti. Che ne pensi?

Credo che all’estero ci sia molto spesso un approccio più consapevole alle cose, più organizzato. Ma lo si vede in tutti i settori della vita. Lo stesso lavoro di Fotografo è considerato un lavoro vero. Per la bici stessa cosa, c’è più cultura dell’outdoor e vita all’aria aperta, anche se hanno un meteo sfavorevole. Qui da noi gira tutto sul calcio e gli altri sport non sono veri come il calcio, ma “passatempi”. In UK vedi che girano su collinette di 200 mt. se va bene e si divertono. Hanno fondi e risorse per lo sport e poi i risultati li raggiungono in tutte le discipline, non solo nella bici. A Fort William quando arrivi vedi questo parcheggio vuoto, tutta ghiaia il nulla attorno. Ti chiedi ma è il posto giusto? Poi arriva il giorno della gara e ci sono 15.000 persone. Da dove arrivano? Tutti paganti, tutti educati con la loro birra. E se piove? Amen, “This is the game”. Il gravel potrebbe essere l’anello di unione tra lo sport, inteso come fatica, allenamenti ed il turismo. A mio modesto parere, la bicicletta è economia e porta economia. Sono finiti i tempi dove il turismo è stare sotto un ombrellone tutto il giorno. C’è chi vuole vacanze più dinamiche, magari in sella e scoprire borghi ed angoli del nostro paese che puoi vedere ed assaporare solo con le due ruote a pedali ed anche con batteria per chi non riesce. E’ bello vedere che ci sono realtà in Italia che hanno capito ed investono in questa direzione. Trentino, Valle d’Aosta, Alto Adige stanno portando avanti delle politiche interessanti e certi posti sono diventati ormai un riferimento.

Tornando alla fotografia. Raccontaci un pò cosa vuol dire preparare un evento o uno shooting e quanto lavoro c’è prima e dopo quello scatto.

Lavorare ad un evento, oppure ad uno shooting, per esempio di un catalogo, sono due approcci completamente differenti, con tempistiche e metodi diversi. Quando si lavora ad una gara si deve fare il massimo in poco tempo e non si può sbagliare. Esempio se abbiamo la necessità di seguire un atleta, magari lo vedremo passare davanti a noi due o tre volte? Quindi bisogna evitare di sbagliare. Posizioni precise, zero indecisioni e sapere quello che si fa. Nelle gare bisogna lavorare anticipando i tempi per non restare fregati e si lavora in tutte le condizioni. Pioggia, sole, neve e freddo! Una volta che la gara è conclusa arriva il bello, la parte in sala stampa dove le immagini vengono preparate e spedite. Il tutto è molto frenetico, sveglia presto, giornate infinite, sempre di corsa, si mangia (a bordo pista), si cammina molto in su ed in giù, ma la soddisfazione quando tutto è finito ti ripaga dello sforzo. Per quanto riguarda uno shooting la cosa invece è programmata. Si sa a priori cosa fare, dove e con chi. Ci sono degli scatti che non devono mancare, magari richiesti espressamente dal committente e poi si deve mettere del proprio. Non sempre shooting è sinonimo di libertà creativa, infatti in certi lavori bisogna seguire delle linee guida dettate dal marketing. La responsabilità è molta e non si può fare perdere tempo e soldi investiti in questo lavoro dal committente. Soprattutto quando ci sono molti prodotti da fotografare e tutto deve combaciare perfettamente perché non c’è modo di rimandare a causa di scadenze strette, tipografie che aspettano, fiere in arrivo. Qui la gratificazione è riuscire a soddisfare le esigenze del cliente nei tempi, mettendoci quel qualcosa in più.

Ph Fabio Garella

Per chi volesse avvicinarsi al mondo della fotografia sportiva, che consigli daresti? Tecnici e non.

Sembra scontato ma bisogna leggere il libretto delle istruzioni! Molto spesso mi dicono “non l’ho letto, bisogna?”. Quindi questa è la base. Se non si conoscono i propri strumenti non si possono sapere i limiti e di conseguenza muoversi. Per quanto riguarda la foto da fare, direi che bisogna fotografare ciò che si conosce e si comprende. Non andrei mai a fotografare barche, non saprei cogliere quelle sfumature che sa vedere chi conosce il settore. Ci vuole tempo, provare e riprovare. Non si diventa fotografi in un giorno o comperando una reflex. Si inizia come “fotoamatore” che è il termine corretto, amante della fotografia, Poi tempo ed esperienza faranno il loro corso, studiando ed impegnandosi. Non si diventa Chef acquistando una cucina. Purtroppo la fotografia sportiva richiede un certo tipo di attrezzatura, con caratteristiche tecniche adeguate che comporta un grosso investimento economico iniziale. Lavorare all’aria aperta con pioggia, fango neve, non sempre fa bene al corredo. Le mie reflex sono spesso in assistenza ed i corpi macchina sono tutti segnati, pregiudicando la loro vendita nel mercato dell’usato.

Per tutti i ciclisti e non che leggono, che consigli daresti: cosa non fare quando si vuole fare una foto? Magari sfilando lo smartphone dal taschino in tutta fretta. Un trucco per portare a casa una bella foto o meglio dire un buona foto? Sempre che ce ne sia uno.

Trucchi? Credo che la fotografia sia la cosa più personale del mondo. Diffidate da quei guru che vi vendono il preset figo o il corso figo. La Fotografia siete voi, quello che vi piace, in quel momento, perché magari tra tre anni sarete rapiti da altri soggetti. Se pensiamo che i Grandi Maestri della fotografia hanno dedicato una vita per trovare la loro visione personale, come può un youtuber insegnarvi cosa è giusto e cosa no per voi? Io non sono un maestro e non ci tengo ad esserlo, ho ancora molto da migliorare, però posso consigliarvi di pensare autonomamente e portate a casa un ricordo, il più bello per voi. Lo scorcio, la strada, il contesto. Con il telefonino, o la compatta visto che ormai fanno tutti delle belle foto. Vi può sembrare banale, ma fotografate ciò che piace a voi. E la tecnica? Serve fino ad un certo punto poi stop.

Ph Mauro Marotti

Ultimissima domanda e poi ti lasciamo. Il più bel posto dove hai scattato?

Il più bel posto? Ci sono tanti posti belli dove sono stato. Mi piace molto la Scozia, ma mi ritengo fortunato ad abitare in Veneto. Regione che abbraccia mare, lago, pianura e montagna. Non ho mai avuto grandi risorse per viaggiare e visitare posti visti e sognati solo nei video di mtb. Però questo mi ha sempre spinto a cercare e a valorizzare “la fotografia a Km zero”. Riuscire a vedere il bello anche nella collinetta vicino a casa o la strada di campagna: uno stimolo e non uno svantaggio. Sfido chiunque che abita in Italia a dire che nel raggio di un’ora di macchina da casa sua non ci sia un posto figo e caratteristico.

Ringraziamenti

Vorrei ringraziare tante persone e non vorrei dimenticare nessuno che mi hanno sempre spronato, aiutato, condiviso momenti di vita, sostenuto e risposto fiducia nel mio lavoro. Un grazia ad Angela la mia compagna. E poi ho passato bei momenti con i ragazzi del Team Argentina Bike, il team 360 Degrees, Ancillotti Factory! Un grande ringraziamento al Randagio Doc Pippo Marani. Non vorrei fare torto a nessuno ma sono davvero tante persone ed amici! Grazie di cuore a tutti. Grazi a voi per questo spazio. Colgo l’occasione per invitarvi a sostenere il progetto dell’amico Walter Belli e la sua campagna di raccolta fondi!

https://walter7.com

Per chi volesse seguire Alex, qui sotto tutti i suoi riferimenti

Web www.alexluise.comwelovetoride.it

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Silla Gambardella – pedalare e scrivere tra Italia e Olanda

La voglia di ri-partire con le interviste, dopo l’esperienza di The Cycling Corner, mi è venuta terminata la visione del tuo ultimo video su youtube dove con la tua compagna avete pedalato interamente su piste ciclabili per ottanta chilometri unendo due importanti città olandesi. Parlaci un pò di quest’avventura ciclabile.

Ciao Silla. Presentati brevemente per tutti coloro che non ti conoscono.

Ciao Andrea, ho 37 anni, milanese, scrittore e giornalista, appassionato di bici e soprattutto amante del viaggiare in bici, ora vivo in Olanda. 

La voglia di ri-partire con le interviste, dopo l’esperienza di The Cycling Corner, mi è venuta terminata la visione del tuo ultimo video su youtube dove con la tua compagna avete pedalato interamente su piste ciclabili per ottanta chilometri unendo due importanti città olandesi. Parlaci un pò di quest’avventura ciclabile.

L’idea è nata perché volevamo andare a trovare la famiglia della mia compagna. Noi abitiamo a Utrecht, la sua famiglia a Eindhoven, 80 km più a sud. Di solito ci saremmo andati in treno, ma stiamo ancora vivendo il Covid-19 e il governo olandese, benché non abbia mai optato per un lockdown totale, tuttora disincentiva l’uso dei mezzi pubblici. In bici ci si è sempre potuti muovere, purché da soli o in coppia. E così abbiamo deciso di coprire la distanza pedalando. Andata e ritorno. 

Nello stesso tempo, so che in Italia si sta discutendo molto dell’uso della bici per ripartire dopo il Corona Virus. E così ha avuto l’idea di girare un video per testimoniare come funziona la mobilità su due ruote qui in Olanda. Con l’augurio che possa essere di esempio anche per il mio paese. 

A dire il vero, uscendo di casa potrei fare pure io la vostra distanza interamente su ciclabili. Pensando all’anello Euganeo o all’anello ciclofluviale padovano e oltre. Ma ci sono differenze sostanziali. Oserei dire che le ciclabili degne di nota in Italia sono ancora a scopo prevalentemente turistico, mentre in Olanda sono viste come arterie per la mobilità. E’ corretta questa affermazione?

Potrei riassumerti il concetto in questa frase: in Olanda bici e auto sono due mezzi di trasporto con uguale dignità ed entrambi hanno diritto (e hanno a tutti gli effetti) una propria strada per la circolazione. Ovunque. Dove hai una strada per auto, di fianco ne hai una per le bici. La ciclabile non è un’opzione. È una presenza costante. E non è solo un “pezzo di asfalto colorato” o una corsia rubata alla carreggiata. Ha i suoi cartelli segnaletici, le sue precedenze da rispettare…

Se tu guardassi la mappa di ciclabili dell’Olanda, la vedresti fitta come quella per le auto. È una vera e propria rete. 

Non so se sei aggiornato sugli ultimi infiniti Decreti Legge emanati dal Governo Italiano, ma sembrerebbe che nel DL della ripartenza, siano previsti degli aggiustamente alla viabilità per salvaguardare un pò di più il ciclista urbano. Si parla di una bike line e della famosa “casa avanzata”, ossia la possibilità di fermarsi a ridosso del semaforo per bici e monopattini e più indietro gli altri veicoli. C’è però la solita fregatura soprattutto per la bike line:

“Lo dimostra innanzitutto l’ambiguità della norma sulla bike line, che si premura di precisare che essa è solo una parte della corsia normale, delimitata da una striscia bianca discontinua valicabile, a uso promiscuo. Quindi, non una vera e propria corsia riservata, ma solo «destinata» a bici, e-bike e monopattini elettrici

Vedremo come sistemeranno queste novità, senza prevedere minimamente una decongestione del traffico automobilistico.

Com’è da quelle parti? Si può realmente utilizzare la bici in sicurezza anche in città?

Ho letto del decreto. Ti racconto cosa succede qui. Negli ultimi anni, soprattutto nel centro di alcune città, dove lo spazio è limitato, quelle che erano le strade per le auto sono diventate strade condivise, dove però al bici ha sempre la precedenza sulle auto. E questo è stato fatto per incoraggiare la mobilità sostenibile. Questa tipologia di strada si chiama “fietsstraat” (a differenza della ciclabile per sole bici, che si chiama “fietspad”). La fietsstraat spesso si caratterizza per la presenza di un dosso che percorre tutta la carreggiata, dividendo le due corsie di marcia. In questo modo, quando un auto deve superare una bici, deve per forza di cose rallentare parecchio, quasi fermarsi. Gli olandesi sanno che se devono compiere un tragitto in città, in bici sarà molto più veloce e pratico che in auto. Ragione per cui sono tutti a pedalare, dal ragazzino che va a scuola alla sciura Maria che si carica la bici di borse piene della spesa. 

La domanda è: in Italia basterà una striscia per terra per fare convivere ciclisti e automobilisti e magari modificare le abitudini dei più sedentari?

Ancora sulla circolazione cittadina in Olanda (e forse qualcuno leggendo storcerà il naso): qui vedo molti pendolari che magari vivono in periferia e la mattina li vedi muoversi in ebike, con il loro caschetto e la venitquattrore legata sul portapacchi della bici. Alcuni di loro compiono anche 30-40 km per raggiungere il posto di lavoro. Ah, qui le ebike hanno già le targhe…

Usciamo un pò dalla viabilità e inoltriamoci nei sentieri che più ci piacciono e ci stimolano.

Bici e scrittura. Come si coniugano nella tua vita?

La scrittura è una passione che è diventata il mio lavoro. La bici è una passione che mi aiuta a svolgere meglio il mio lavoro. A volte prendere una boccata d’aria e pedalare rinfresca anche le idee e stimola l’ispirazione. 

Tornando all’attualità, come pensi cambierà, se mai cambierà, la visione di quella parte di sfera ciclistica agonistica, visto che oramai si sta andando verso un anno senza alcuna competizione amatoriale. Potrà giovare ad una meno esasperata visione dell’andare in bici? Sarà, forse, l’esplosione del mondo gravel/avventura che tanto sta andando di moda ultimamente?

La bellezza della bici è che ognuno la può vivere alla velocità e alla dimensione che vuole. Forse in Italia, anche a causa di scarse infrastrutture, la bici raramente è vista come un mezzo di trasporto, ma più come un mezzo di… diporto (perdonami la rima). Tuttavia, per i nostri nonni non era così. Io ho sempre la speranza che le nuove generazioni riscoprino anche la dignità della bici come mezzo quotidiano per: andare al lavoro, fare la spesa, incontrare amici al bar (quando il Corona ce lo permetterà ancora…). Esperienze come il gravel/avventura di certo aiutano a riavvicinare le persone alla natura e alla dimensione sociale della bici, e ad allontanarle dal cronometro. 

Da amante di viaggi e ricordando il tuo libro “L’Europa in bici” tratto da un viaggio durato trentuno giorno attraverso il nostro continente, quali mete consiglieresti per una vacanza sui pedali?

L’Italia. Dalle Dolomiti alla Sicilia. 

Per ultimo non posso che chiederti dei consigli letterari. Uno a sfondo ciclistico e uno libero.

Letterario ciclistico: “Chino verso Nord”, di Willy Mulonia. 

Non ciclistico: adoro Calvino, perciò uno dei suoi libri. 

Grazie mille Silla, alla prossima!

Per chi volesse seguire Silla, qui i suoi riferimenti social

Strava: strava.com/athletes/20971998

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Perchè ripartire

Riparto pensando all’entusiamo di soli 5 anni fa, della prima edizione della mitica Monselice Mare Monselice, per gli amici MMM. Una delle primissime manifestazioni gravel organizzata con il semplice entusiasmo di una nuova scoperta, sotto l’egida di alcun stendardo.

Ripartire perchè non si è capaci di rimanere fermi. Perchè in bici l’immobilismo non esiste, pena metter il piede a terra.

Ma ripartire senza cercare la velocità. Andando veloci si rischia di mettersi al centro di tutto, diventando il centro dell’attenzione. Ripartire per dare attenzione all’altro, lentamente, scoprendo la velocità giusta per attraversare un territorio o un’emozione.

Ripartire cercando nuovi territori da investigare, perchè il territorio attuale, come dice Garimberti, “non vive per un futuro, ma solo l’istantaneo, bruciando il passato”.

Ripartire scrivendo, cercando di raccontare i pensieri che la meditazione ciclistica fa nascere nella nostra mente.

Riparto pensando all’entusiasmo di soli 5 anni fa, della prima edizione della mitica Monselice Mare Monselice, per gli amici MMM. Una delle primissime manifestazioni gravel organizzata con il semplice entusiasmo di una nuova scoperta, sotto l’egida di alcun stendardo. Rivendendo il video si ritrovano tanti volti, sconosciuti prima di quel giorno. Tante bici qualsiasi.

Tanti sorrisi.

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Pendolarismo FASE2

Ormai tutto è passato, bisogna correre. Il terrore di un default finanziario farà sfrecciare anche le 500 alimentate a metanolo, i furgoncini diesel zero. Deregulation sarà la parola vincente. L’ambiente, chissenefrega! Il sociale, chissenefrega! Gli ultimi? Chissenefrega tanto erano già ultimi. Correre e fanculo anche i buoni propositi di ripensare!

Guardo e riguardo gli orari ferroviari, perchè dopo due mesi di inattività

Guardo e riguardo gli orari ferroviari, perchè dopo due mesi di inattività pendolare, chissà cosa si sarà inventata Trenitalia, tanto più in un periodo come questo. Niente di strano, solito orario, solito treno che arriva da Bologna per far il carico a Ferrara e ancor più a Rovigo e poi tutti allegramente a Venezia. Metto la sveglia in abbondante anticipo perchè è un pò come il primo giorno di lavoro. Pensi che potranno succedere mille piccole disavventure e poi chissà se ci sarà sempre il buco nero temporale che ingoia minuti poco prima di uscir di casa. Doccia, scendo a gonfiare le ruote della bici, (sono in netto anticipo), preparo lo zaino, yogurt veloce; minchia è tardi!!! 

Maledetto buco nero temporale!!!

Infilo il mio vecchio e caro giubbino rosso, perchè oggi, come tutti i primi giorni di lavoro, il cielo non è limpido, è macchiato, velato, insomma non una bellissima giornata, magari pioverà anche. Inforco la bici che sembra in forma, anche se ha sempre questa pedivella sinistra che scatta e mi fa pedalare a singhiozzo. Devo ricaricare il portafoglio, bancomat, e via in stazione. 

Solite rastrelliere disastrate, forse messe ancora peggio del solito. Togliamo il forse. Il parcheggio bici di Monselice è semplicemente squallido, degradato, in-accogliente per quella che dovrebbe essere la porta d’ingresso sud al parco regionale dei Colli Euganei con il suo stupendo anello ciclabile. 

Accaldato, sbuffante con sta mascherina che mi appanna gli occhiali e non mi fa recuperare il fiato speso per arrivare in orario all’appuntamento con il regionale 2222. Salgo nella porta indicata, e poi su al piano alto per il mio solito sedile blu contromano.

Nessun vicino, se non uno dall’altra parte del corridoio: in-guantato, in-mascherato, in-capucciato. Forse è morto, ma non lo sa.

Mi in-muchino le mani, abbasso un pò la mascherina per vivere almeno un giorno senza nebbia in questa piana grigia, apro il kindle, accendo spotify via: Terme Euganee, Padova, Mestre-Venezia, Venezia S.L.

Cerco segnali di cambiamento, ma non ne vedo. Tutto, almeno quello che è in movimento sembra correre come e più di prima. 

Ecco le persone al volante che mi piace osservare dal ponte della Libertà, sono quasi tutte mascherate. Anche li, anche li dentro a quelle quattro lamiere, chini, per non infettar il cruscotto. Massimo rispetto per il bussolotto di latta!

Scendo

Desolazione

Percorsi obbligati

Passo per sezioni della stazione che normalmente non frequento

Chiuso

Chiuso

Chiuso

Chiuso

Nastro bianco e rosso

Esco

Piazzale vuoto, vaporetti non ce ne sono, taxi neppure, gondolieri no.

Un primo bar take away mi tenta di brutto, ma prenderò il caffè più avanti.

Faccio la solita strada per arrivare a Rialto, calli sconte, vie traverse che normalmente pestano solo i veneziani. Non ci sono, non c’è nessuno che cammina sopra questi masegni. 

Rialto, il cuore, morto. 

Serrande abbassate e via.

Una gardaland aperta solo agli inservienti, questo è Venezia oramai.

Il contrasto tra terraferma e città lagunare in questi primi giorni di riapertura post covid, è impietoso. Da una parte si vede la ripartenza, per quanto confusionaria e forse malefica, dall’altra si vede il ristagno, il vero volto di quello che rimane città. 

Torno allargando il giro per vedere se c’è vita in altri angoli. Strada nova: c’è vita.

Gruppi di adolescenti mascherati, indifferenti, sembrano condurre la vita come sempre, come prima di questo virus che ci ha imposto restrizioni come mai nessuno. 

Guardo l’ora e inevitabilmente sono in ritardo. Accelero il passo anche perchè da questo lato non ho i riferimenti spazio/temporali per capire il vantaggio o svantaggio rispetto a trenitalia. Accelero con la mascherina che mi fa correre una Marathon des sabbles senza volerlo.

Treno: salgo da una porta qualsiasi in questo treno pre virus, mi siedo dove voglio in questi posti pre/virus, apro il kindle, accendo spotify come in un qualsiasi giorno pre/virus.

Padova, si aprono le porte, sale un compagno pendolare: in-guantato, in-mascherato, in-capucciato. 

È lui, È’ vivo.

Ormai tutto è passato, bisogna correre. Il terrore di un default finanziario farà sfrecciare anche le 500 alimentate a metanolo, i furgoncini diesel zero. Deregulation sarà la parola vincente. L’ambiente, chissenefrega! Il sociale, chissenefrega! Gli ultimi? Chissenefrega tanto erano già ultimi. Correre e fanculo anche i buoni propositi di ripensare!

Il primo che riapre VINCE.

In evidenza

FASE 2

Lavoro, ma in pausa pranzo non riesco a starmene a casa e finalmente mi vesto, inforco la bici e dopo più di due mesi oltrepasso i confini comunali pedalando per vedere come stanno i Colli dall’altro lato.

4 maggio 2020 – fase 2

Attacco la luce al manubrio, metto in carica la batteria, preparo il vestiario, mi lavo i denti, prendo il kindle, apro la porta….ROOONF ROOONF!!! 

Maledette adenoidi !!! 

Si perché con l’arrivo della terza, c’è stato un gioco dei quattro cantoni con i letti. La media aveva bisogno della mamma, la nana ovviamente ugualmente, indi per cui il sottoscritto, che non ha mai dormito in vita sua al piano zero di un letto a castello, si è ritrovato a dormire sotto la figlia grande comodamente distesa al piano nobile.

Si lo so, sono fastidioso, ma se c’è una cosa che proprio non so fare, è addormentarmi mentre uno ronfa. Mi rialzo, riprendo il kindle, riaccendo la tv, metto su uno di quei canali dove parlano solo di calcio e provo a chiuder occhio. L’alba si avvicina, ma la voglia di svegliarmi si allontana. Tiro dritto, apro gli scuri, cielo limpido, terso, azzurro intenso: l’alba dev’essere stata magnifica! 

Lavoro, ma in pausa pranzo non riesco a starmene a casa e finalmente mi vesto, inforco la bici e dopo più di due mesi oltrepasso i confini comunali in sella alla bici per vedere come stanno i Colli dall’altro lato.

Ho solo un buff nel taschino in caso mi fermassi in qualche assembramento umano; non ci penso nemmeno a far finta di fermare il mio respiro. 

Finalmente il primo ciclista! Mascherina in volto…provo a salutarlo ma non ricevo manco una virgola con il sopracciglio. Bene: non è cambiato nulla.

Secondo ciclista! Attempato, su una di quelle biciclette in acciaio anni 80-90 lunghe lunghe. Lui è alto, e su quella bicicletta dalle geometrie moseriane, sembra enorme con questo femore chilometrico evidenziato dal pantaloncino corto che si ferma giusto a metà coscia. Lo saluto con tutto il mio sorriso…niente, non è cambiato nulla.

Terzo ciclista! Appesantito, ingolfato, tutto griffato, pensionato, elettrificato…ignorato: non è cambiato nulla.

Mi rassegno.

Essì che quando erano tutti sui balconi col tricolore, a cantare, a disegnare arcobaleni, tutti in fase meditativa, pronti ad assorbire il cambiamento, a deviare almeno in parte la propria vita, sembrava veramente che si potesse cambiare in meglio sta umanità.

Procedo col mio passo ed ecco il quarto!

Mi supera…non è proprio cambiato nulla.

Fianchi stretti, gambe tiratissime, giovane pensionato, avrà fatto il giro del globo tre volte su ZWIFT, macinando copertoncini e cassette posteriori. Probabilmente ex corridore, perché solo gli ex corridori nel 2020 montano ancora il 53 davanti e la scala posteriore 11-23.

<< che io da giovane il Teolo lo facevo col 53-16!>>

E proprio su a Teolo ho un sussulto di emozione nel rivedere un pò di movimento d’anime, nel rivedere ste benedette fontane che riempiono più borracce di un massaggiatore al Giro. Scendo e il paese confinante è Vò. Dove tutto ebbe inizio. Vò rimarrà nei manuali di epidemiologia, virologia, di storia non solo italiana, ma di tutto il mondo. Wuhan, Vò, Lodi…

Non lo nascondo che fa uno strano effetto passare per questo piccolo paese, tappa fissa per un caffè durante il giro della domenica. Ora, tutto chiuso in apparenza, ma le vigne che ne fanno il paese della festa dell’uva, sono sempre lì belle allineate, pettinate, tirate a lustro, segno che le sagge mani dei viticoltori non si sono fermate e con loro, spero, l’anima del paese.

Torno verso casa assaporando questa magnifica giornata di inizio maggio. Maggio mese del Giro che passerà di qua ad Ottobre, e chissà se potremo festeggiarlo sulle salitelle dei Colli. 

C’è qualcosa che manca, mi manca, manca a me pedalatore generalmente solitario 

Manca la condivisione di tutto ciò, il pedalare in compagnia, succhiar le ruote e fermarsi facendo finta di tirar fuori i soldi per pagare il caffè!

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In punta di pennino

Un’Italia diversa, che rinasceva in tutto e il Giro d’Italia, attraversandola, la raccontava attraverso penne raffinate.

Recensione del libro “In punta di Pennino – Cesare Sangalli – 50 anni di ciclismo disegnato e raccontato” scritto da Pino Lazzaro edito da Ediciclo
La storia del Giro d’Italia raccontata dal disegnatore di 51 edizione della corsa rosa.

Un’Italia diversa, che rinasceva in tutto e il Giro d’Italia, attraversandola, la raccontava attraverso penne raffinate.

Cesare Sangalli con il suo pennino ha tracciato sulla carta le memorabili tappe interpretate dai grandi campioni del passato.

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pedalare all’alba

Ho ripreso con immensa fatica. Non avendo molte alternative, se voglio mettere un pò di chilometri nelle gambe, devo alzarmi presto e pedalare prima di andare al lavoro. Questo vuol dire sentire la sveglia alle 4:45, litigare con il tepore del letto, vestirsi di fretta e iniziare a pedalare alle 5. Un’ora e quarantacinque di tempo massimo, altrimenti si perde il treno.

Ho ripreso con immensa fatica. Non avendo molte alternative, se voglio mettere un pò di chilometri nelle gambe, devo alzarmi presto e pedalare prima di andare al lavoro. Questo vuol dire sentire la sveglia alle 4:45, litigare con il tepore del letto, vestirsi di fretta e iniziare a pedalare alle 5. Un’ora e quarantacinque di tempo massimo, altrimenti si perde il treno.

L’età avanza e con lei la capacità di essere subito pimpanti decresce di giorno in giorno. Parto che ho ancora l’ultimo sogno nella mia mente e fatico a concentrarmi sulla pedalata. Il respiro è subito corto, bisogna iniziare a dar del lei al corpo, a prendersela con un pò di calma , finchè il fiato sullo scaldacollo non diventa tiepido.

Il giro bene o male è quello, sapendo a memoria orari di passaggio e possibilità di piccole deviazioni.

Oggi non piove.

Oggi non piove, ma ho lasciato la macchina a casa.

Sono un pò in ritardo perché mi son fermato a suonare al campanello di amici per buttarli giù dal letto. Dai dai, suona e scappa!!!

Sarò passato per quella stradina centinaia di volte, quasi sempre di mattina presto o alla sera tardi. E’ una stradina secondaria che costeggia un piccolo canale irriguo. Corre alla base dell’unghia di un piccolo, vecchio, colle, ormai invisibile perché mangiato. Mangiato per farne cemento. Un pò di quei minerali magari sono nelle mura delle nostre case, chissà. Nè è rimasta solo l’unghia che s’attacca alla pianura e che rende la vista meno monotona. Dislivelli minimi che muovono la luce che per un attimo ti fanno dimenticare che stai correndo per non perdere il treno.

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Tentativi di foto

Alla fine è tutta colpa del basilico.

E’ uno dei pochi risotti che le bimbe mangiano volentieri, ma nel nostro orto aromatico il basilico è defunto. Rapido calcolo: fuori piove, perturbazione in atto con formazioni nuvolose degne di nota e possibili spiragli di sole da ovest, visto che il peggioramento dovrebbe esser veloce. Il cavalletto è li che mi guarda, prendo le chiavi della macchina, metto la SD nella fotocamera, il cavalletto in spalla e scappo a prendere il basilico a casa dei miei qualche chilometro verso ovest.

Piove e purtroppo il cielo si sta uniformando al grigio uniforme; peccato.

Preso il basilico, torno verso casa un pò rattristato per la mancata occasione, quando butto l’occhio al retrovisore prima di una svolta.

Luce, in fondo c’è luce, verso nord-ovest c’è chiarore e questo vuol dire che potrebbero esserci dei bei contrasti degni di un tentativo fotografico.

Mi lancio su per Calaone. Voglio il versante che guarda i Colli Berici e allora giù per via Belvedere verso quel tratto di pianura che una volta era sede del vecchio Adige e che ora visto dall’alto mostra ancora i segni delle sue divagazioni.

Ottimo, nubi basse, giochi di scrosci di pioggia contro luce e le prealpi veronesi innevate e illuminate da un fascio di luce. Posizioni il cavalletto, preparo la camera ed esco sotto la pioggia. Un pò di nozioni teoriche le ho: la focale dovrei tenerla verso F9 o superiore, ISO bassi e tempi idonei per una esposizione corretta. Ma fuori sotto la pioggia non è semplice gestire tutto e dal monitor della camera sembra tutto abbastanza corretto.

Rientro, torno e dopo aver preparato l’ottimo risotto al basilico mi fiondo sul pc per vedere i risultati.

Ne ho di strada da far…

Però questo per me non è male, o per lo meno a me piace!

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lo schianto

Ho questa foto, l’ho fatta assieme alle bimbe durante una breve passeggiata in val di Fiemme, nel versante sinistro dell’incisione del rio Stava. Il prossimo anno saranno 35 anni da quella disgrazia che spazzò via tutto. Anche allora non curanza, superficialità…

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eric clapton

tears in heaven → skip

change the world…ok


Ho questa foto, l’ho fatta assieme alle bimbe durante una breve passeggiata in val di Fiemme, nel versante sinistro dell’incisione del rio Stava. Il prossimo anno saranno 35 anni da quella disgrazia che spazzò via tutto. Anche allora non curanza, superficialità.

Sono 5 mesi da quella furiosa notte che spazzò via ettari di bosco tra il Veneto e il Trentino.

Dopo quella tempesta che a noi gente di pianura non sembrò tale, lessi un pò di articoli e una cosa mi sorprese. La percentuale non banale di aumento delle superfici boschive in Italia, attorno ad un +5% negli ultimi anni.

Se in pianura la perdita di superficie agricola è a vantaggio della cementificazione, nelle zone collinari e montane, l’abbandono delle coltivazioni e dei pascoli, va a vantaggio del bosco.

(Il consumo di suolo in Italia dagli anni 50 è passato dal 2,7 al 7,65%, fonte ispra – rapporto territorio). Giusto per avere un’idea in Italia la superficie è coperta da bosco per il 39,4%, 42,3% da agricolo, il 6,1% da pascoli e praterie, l’urbano occupa il 7,5%, le zone umide l’1,9% e le zone improduttive il 2,9%.

Continuavo a guardare quella foto che dalla macchina fotografica trasferii al telefono. La guardavo sapendo che era uno spunto per buttar giù due parole, magari con un qualche senso.

Quell’unico albero schiantato dalla tempesta in mezzo al bosco apparentemente intatto.

r – “papà so chi è, è Greta”

Stavano per andare a letto e non ricordo su che canale passava un’intervista a Greta Thunberg, la ragazzina svedese che tanti giovani sta schiodando per cercare di salvare sta biglia di terra.

r – “E’ greta, l’ho riconosciuta perchè stanno parlando dei problemi del clima”

Forse qualche speranza c’è

a – “Rebecca vieni a letto”

io – “Un attimo che sta ascoltando Greta!”

Ecco lo spunto per quella foto.

Un albero solo; un simbolo di una tempesta in un bosco intatto.

Una sola ragazzina; una sola ragazzina che sta muovendo milioni di persone in difesa del pianeta terra.

Una bimba di 7 anni che ha già nella testa il problema dei cambiamenti climatici con la speranza che fra 30 anni abbia ancora modo di poter cambiar qualcosa.

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Ma che discorsi…

Non sono un gran frequentatore di mostre: direi proprio per niente, ma oggi visto una favorevole dinamica astrale, decido che in pausa pranzo, dovrei riuscire a raggiungere casa dei Tre Oci alla Giudecca.

Non sono un gran frequentatore di mostre: direi proprio per niente, ma oggi visto una favorevole dinamica astrale, decido che in pausa pranzo, dovrei riuscire a raggiungere casa dei Tre Oci alla Giudecca.

Mi incammino lungo le Zattere. In lontananza scorgo un rimorchiatore e poco più indietro spunta il bianco triangolo della prua di una nave da crociera che sta entrando nel canale. Traguardo, faccio due conti per capire se riesco ad intercettare il passaggio del “Brigantino” da un canale trasversale per tentare una foto alla “Berengo Gardin”. Ok, ce la posso fare.

Abbandono la riva delle Zattere per andare verso il punto di scatto, lungo un canale secondario, per poter dare una qualche prospettiva e inquadrare la grande nave in una quinta che le renda ingiustizia delle sue dimensioni.

Facendo questo, perdo il contatto visivo con il corteo navale e arrivato al punto di scatto non so se me lo son perso o no. Paziento un pò finchè l’uomo sul ponte alla confluenza del mio piccolo canale con l’autostrada della Giudecca, alza la fotocamera. Ho avuto fortuna e i calcoli erano corretti. Da queste parti non si alza la fotocamera per immortalare le architetture del molino Stucky.

Ecco la prua…

Non è delle più grandi, ma fa ugualmente la sua porca figura.

Gente in piedi sul quinto ponte che guarda la gente sui ponti,

gente che da un ponte fotografa altra gente su altri ponti mobili,

gente che fotografa gente che si fotografa.

Qualche giorno fa su un quotidiano locale si asseriva che la questione grandi navi nel canale della Giudecca è puramente una questione estetica visto che la sicurezza navale non è il problema principale, tanto meno i disturbi idrodinamici, come se l’estetica contasse meno, qualcosa di superfluo che si può piegare in nome dei shei.

L’Italia, forse, dovrebbe e potrebbe vivere di sola estetica, o no?

Attraverso l’autostrada giudecchina e arrivo all’antologia fotografica di Letizia Battaglia.

Entro e cerco di darmi un tono, cerco di far intendere agli altri visitatori che non sono li per caso, che nello zaino ho una super macchina fotografica, che insomma qualcosa ne capisco.

Conoscevo già le scene di questa fotografa attraverso internet, ma vederle dal vivo è tutt’altra cosa. Molte foto inedite, bianchi e neri pesanti con i soggetti che ti squadrano ti interrogano. E’ come se le foto fossero 3D, nel senso fisico della cosa: 50x30x100 di piombo.

Esco e ho un’estrema voglia di buttare in acqua la macchina fotografica. Esci dopo aver visto quelle scene, letto le frasi di Letizia, ascoltato i suoi racconti e ti chiedi che senso ha fare foto oggi.

Non sono un professionista, non lo sarò mai, ma la fotografia come la bici mi permette di evadere, di esplorare, forse di crearmi un mondo a mio piacimento.

Esplorazione.

Con la bici puoi esplorare nuove strade, puoi esplorarti, conoscerti. Guardando attraverso l’oculare esplori paesaggi visti mille volte, riconosci geometrie e sfumature.

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Trasformazioni

Considerate queste parole e queste foto come una sorta di allenamento.È evidente che io non sia uno scrittore e tanto meno un fotografo, ma una testimonianza penso di poterla dare.Sono foto relative alla nuova urbanizzazione di via Cà Marcello a Mestre. È una via che dalla stazione ferroviaria, corre parallela ai binari in direzione Venezia. Una via che per tre anni ho percorso quotidianamente, in sù e in giù. Una via che per quasi 10 anni non ho più percorso e che ora si è trasformata.

Considerate queste parole e queste foto come una sorta di allenamento.

È evidente che io non sia uno scrittore e tanto meno un fotografo, ma una testimonianza penso di poterla dare.

Sono foto relative alla nuova urbanizzazione di via Cà Marcello a Mestre. È una via che dalla stazione ferroviaria, corre parallela ai binari in direzione Venezia. Una via che per tre anni ho percorso quotidianamente, in sù e in giù. Una via che per quasi 10 anni non ho più percorso e che ora si è trasformata.

Improvvisamente perchè oramai, le capacità tecniche, costruttive superano di gran lunga la velocità decisionale e di adattamento.

Non ho calpestato quella via per 10 anni, ma la ho osservata quotidianamente dal treno, passandogli accanto per raggiungere Venezia, misurando giorno dopo giorno il numero di piani raggiunto dalle nuove strutture.

Meglio di prima? ma si certo, in prima battuta si, ecchecazzo. Bè ma aspetta fermati un attimo, questa sarebbe riqualificazione urbana o solamente “na cementada par far schei”?

7000 posti letto lungo neanche 500m di strada…

Forse sono la giustificazione dei tornelli veneziani…

Atti giustificativi.

Alberi disegnati sulle vetrate dei nuovi hotel di massa, ipermercati come luoghi di vita con i lampioni a testimoniare una qualche forma verticale. Un’altra fetta di città da sfruttare e da tagliare dall’uso dei cittadini. Ristoranti al trentamillesimo piano per poter mangiare guardando negli occhi il gruista della Fincantieri.

Non so, qualche dubbio ce l’ho, certo che fa figo, pare Mestrangeles.

La pianificazione che tanto si studia al di là del ponte, sembra rimanere carta e parole al vento appena al di qua, per non parlare nel resto della regione.

Pianificazione di opportunità, quella si è stata approfondita. Una pianificazione dell’istantaneo.